Cosa vuoi dal tuo Social Media Marketing, forma o sostanza?

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La risposta alla questione per niente banale non la troverai in questo post. In queste righe invece cercherò di condividere nel miglior modo possibile un’idea che mi sono fatto negli anni di lavoro nel mondo del marketing digitale e, nel caso specifico, nel social media marketing.

L’idea è questa: le regole del gioco per farsi e per giudicare una pubblicità online sono diverse da quelle per farla e giudicarla sui media tradizionali.

Perchè? Perché online misuriamo in maniera, con strumenti e kpi diversi le performance di una creatività o di un contenuto. Anche se solo in rari casi possiamo dire se ha generato o meno acquisti, quasi sempre possiamo dire se ha generato o meno interesse e soprattutto attenzione.

Badate bene, parlo di attenzione e non di visibilità perché quella, la possibilità di raggiungere tante persone, la si compra un tot al kg sul web allo stesso modo che in TV. L’attenzione invece bisogna meritarsela: occorre studiare, sperimentare, creare senza sosta, imbroccare anche un colpo di fortuna e tac.. ecco che si genera attenzione, ecco il post che raccoglie migliaia di like o il video che tutti condividono o l’annuncio che tutti cliccano.

Like, commenti, condivisioni, clic sono tutti parametri con cui misuriamo l’efficacia di un contenuto social. Come misuriamo il successo di una campagna TV, Radio o Stampa? Voglio dire a parte quelli che diventano un tormentone e segnano generazioni come la signora in giallo dei Ferrero Rocher o il Babbo Natale della Cocacola fino ad arrivare all’omino del pennello Cinghiale mediamente uno spot o una campagna televisiva non ha criteri oggettivi di misurazione. Certo esistono i focus group ma rappresentano solo un’orientamento positivo o meno verso un modo di raccontare qualcosa, non misurano il contenuto su una scala e con un punteggio preciso. E certo si può affermare con certezza che in assenza di passaggi pubblicitari un prodotto vende X e che dopo un investimento in adv venderà X x2 o X x4 ma è proprio nella differenza tra quel x2 o x4 che si potrebbe calcolare l’efficacia del contenuto pubblicitario sennonché tra lo spot tv e l’acquisto del prodotto possono esserci mille variabili che fanno variare la conversione. Ad esempio uno spot tv su un gelato trasmesso troppo in anticipo rispetto all’estate o trasmesso in un’estate particolarmente piovosa non genererà gli stessi risultati di vendite dello stesso spot trasmesso in alta stagione o con temperature più alte della media. Nel social le variabili che determinano le performance di un contenuto sono meno influenti.

Va da se dunque che ci sia una differenza fisiologica difficilmente colmabile tra i criteri che mi porteranno a dire che uno spot tv o radiofonico “funziona” e quelli che mi porteranno ad affermare che un post Facebook “funziona”.

Oggi la maggior parte dei direttori marketing e spesso anche dei Social Media Strategist giudica un contenuto social con le stesse metriche con cui valuta un contenuto pubblicitario tradizionale. Pensa “mi piace” oppure “non mi piace” o magari “mi SEMBRA efficace” oppure “non mi SEMBRA efficace” o anche “è creativo” oppure “è troppo banale”. Eppure nella maggior parte dei casi ci sarebbero (ANCHE) criteri e analisi più “scientifiche” con cui misurare e giudicare una proposta. Si potrebbe ad esempio valutarla in base allo storico delle performance di contenuti simili postati nel settore o da un brand affine piuttosto che in base ai risultati di un contenuto pilota.

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E finalmente arriviamo alla clamorosa, ma nemmeno tanto, conclusione che forma e sostanza spesso non vadano d’accordo. Questo non solo perché chi deve valutare una campagna social si concentra più sulla forma che sulla sostanza ma sopratutto perché normalmente le due cose generino risultati molto diversi.

Per capire quello di cui parlo specifico che per forma intendo tutti quei fattori che fanno valutare come creativa una proposta ovvero: originalità, copy accattivante, comprensibilità, uniformità a trend stilistici del momento, gusto estetico (questo molto soggettivo). Per sostanza invece intendo la capacità di generare engagement in base agli obiettivi prefissi (che siano di traffico verso un sito, di generazione di passaparola, etc..) e a prescindere dall’aspetto meramente estetico o dall’originalità di quello che si propone. Da una parte c’è al centro il responsabile della comunicazione, dall’altra si mette al centro l’utente. È questa la vera rivoluzione!

Ebbene quasi mai un format fotografico “bello” e curato come una qualsiasi locandina pubblicitaria tradizionale o un format video “bello” e curato come un qualsiasi spot tv una volta postato sui social funziona tantissimo. Da qualche anno ad esempio misuro l’andamento delle campagne social in cui i clienti decidono di veicolare lo stesso video utilizzato in TV e il risultato è che nel 100% dei casi l’engagement rate risulta il più basso tra tutti i post pubblicati nella pagina. Stessa cosa succede accoppiando copy creativi e foto prodotte con uno shooting classico e confrontandoli magari con un post più artigianale dal punto di vista fotografico e che magari veicola in modo molto semplice lessicalmente un’informazione utile per l’utente rinunciando ad insistere su quanto è figo il prodotto.

Per quanto mi dispiaccia dirlo quasi mai la forma, così come è intesa in modo tradizionale, si sposa con la sostanza e quando si sceglie una si deve essere quantomeno disposti a rinunciare all’altra.

Social Network, in Italia vince Instagram. Twitter precipita.

Per definire al meglio una strategia di social media marketing è fondamentale la scelta dei canali in cui agire. Normalmente questa è operata sulla base del numero di utenti potenziali per uno specifico settore di mercato che ogni canale è in grado di offrire. Spesso però può essere utile, al di là della conoscenza della pura base utenti, sapere anche quanto interesse uno specifico social network sia in grado di generare in potenziali nuovi utenti per capire se si va incontro ad un possibile spopolamento di popolazione attiva o, al contrario, se un canale promettente può diventare un concreto presidio di un brand.

A questo scopo è utile monitorare il volume di ricerche a tema fatte su google dagli utenti inserendo il nome di ciascun canale social.

Dando per scontato il primato in termini di fama e interesse di Facebook e YouTube questa volta ho verificato i trend di ricerca verso gli altri principali canali Social, quelli per così dire, di seconda fascia: Instagram, Twitter, LinkedIn, Pinterest e WhatsApp. In questa analisi mancano altri canali come Snapchat o l’emergente Sarahah semplicemente perché per numero di ricerche risultano inferiori a quelli già citati e al momento non li considero meritevoli di attività di marketing.

Fra i 5 canali analizzati il primato è senza dubbio di Instagram che, come si può vedere dal grafico di seguito, di anno in anno nell’ultimo quinquennio in Italia registra interesse crescente toccando l’apice proprio ad Agosto 2017.

Il Secondo posto è di WhatsApp, l’app più scaricata dell’ultimo anno che, forse anche a causa di una possibile saturazione del target, vede trend di ricerca più costanti nell’ultimo anno.

Terzo posto per Twitter. Anche se in caduta libera a partire dall’ottobre 2012 questo social è riuscito a porre un freno negli ultimi 12 mesi al trend negativo forse anche grazie al proliferare di trasmissioni TV dalla forte vocazione social che invitano gli utenti a interagire tramite tweet. Vedremo se nel prossimo anno il canale dei cinguettii riuscirà a tenere duro e/o a rilanciarsi oppure alzerà definitivamente bandiera bianca visti i bassi profitti generati nel nostro paese.

Quarto posto per Linkedin, un canale che fa della costanza la sua forza. Non cresce mai troppo, non perde mai di interesse. Intanto però gli utenti business si accumulano e la sua forza in ambito BtoB aumenta, almeno sulla carta.

Quinto posto per Pinterest. Dopo un inizio promettente il canale delle immagini ripartite in bacheche si era un po’ perso. Ma neanche tanto perché anno dopo anno ha guadagnato utenti e una piccola crescita dell’interesse medio nel numero di ricerche.

In conclusione: al momento se dovessi affiancare un social network ai presidi Facebook e You Tube di un marchio mio cliente sceglierei certamente Instagram, (ovviamente dopo aver valutato le potenzialità dello specifico settore in cui si muove il Brand). Al contrario difficilmente penserei a Twitter come un buon investimento.

Dati Instagram in Italia nel 2017: l'anno della svolta

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Eccoci giunti all’appuntamento annuale con l’analisi sui principali dati Instagram in Italia. Per chi si fosse perso o voglia ripassare le due precedenti ecco i link ai dati e all’infografica Instagram 2016 e a quella 2015.
Come i due precedenti studi anche quello di quest’anno, basato sui dati forniti dal tool di pianificazione pubblicitaria di Facebook, mostra una crescita importante della base utenti Instagram.  Quest’anno però la percentuale di nuovi iscritti è sconvolgente.
Il primo dato da mettere in evidenza infatti è il +81% di utenti, un numero passato in un solo anno da circa 8 milioni a 14 milioni totali. Un aumento previsto da molti ma forse non in questa misura considerando che la variazione dal 2015 al 2016 era stata del +15%.
Normalmente ad una crescita della base utenti corrisponde anche un mutamento importante di alcuni parametri socio-demografici. In questo caso su tutti va sottolineato il +205% di utenti appartenenti alla fascia d’età superiore ai 56 anni. Altrettanto importate il numero più che raddoppiato di utenti tra i 35 e i 55 anni passato dai 2 Mln del 2016 agli attuali 4,4 Mln. Insomma: Instagram non è più una faccenda esclusiva dei Millennials. 
Insieme allo sdoganamento per fasce d’età si è concluso anche quello per sesso di appartenenza con un 51% di donne e un 49% di uomini.
Per quanto riguarda la provenienza regionale resta in vetta per numero di iscritti la Lombardia con 2,9 Mln di utenti e una crescita record del +107%. Importanti anche i tassi di crescita sopra la media di Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio e Sicilia a confermare che il trend è omogeneo in tutta la penisola. Fanalino di coda la Basilicata i cui iscritti crescono solo, si fa per dire, del 33%.
Ecco a voi tutti i dati. Vi rimando invece ai prossimi post per riflettere se e in che misura, visti i dati, questo canale debba entrare a far parte necessariamente delle vostre strategie di digital marketing.
Analytics Instagram 2017 Italy

[Stats] Quanti hashtag utilizzare su Instagram?

Durante i corsi di formazione le domande più frequenti che mi vengono poste riguardano una serie di valori numerici legate al posting sui vari Social Network.
Quanti post è giusto pubblicare al mese? A che ora è meglio postare? Quanto deve essere lungo il testo di un post su Facebook? E di uno su Instagram? 
La risposta giusta a queste domande è sempre, immancabilmente: DIPENDE.
E sì perché ogni paese, settore di mercato, cliente, tipologia di post ha la sua specifica storia, il suo specifico budget promozionale, un suo senso di esiste in un modo e non in un altro. Inutile affermare che le statistiche ci dicono che è meglio scrivere post brevi se ho bisogno di dire ai miei consumatori qualcosa che richiede 10 parole in più del solito. È altrettanto inutile suggerire di postare e promuovere i post di sera se devo parlare di un ristorante aperto in pausa pranzo. Le statistiche servono ma occorre sempre sapere quando ignorarle consapevolmente per fare meglio il proprio lavoro di community manager.
Una delle domande di tipo “quantitativo” che invece, un po’ più di altre, può ricevere una risposta scientifica riguarda quanti hashtag è giusto utilizzare su Instagram in accompagnamento di una foto.
Su questo valore ci vengono incontro una serie di analisi effettuate da tool di monitoraggio. Una delle più recenti è stata realizzata da TrackMaven su un volume 65.000 post Instagram e mostra come, in media, i post accompagnati da 9 hashtag siano quelli a raccogliere il maggior numero di interazioni.

Quello che mi interessa condividere di questa analisi, al di là del numero specifico di 9 hashtag è il netto divario tra le interazioni ricevute dai post fino ai 6 hashtag e quelle ricevute dai post con 7 o più #. Ricordatelo dunque, la prossima volta che rilanciate una foto, a costo di contare con il ditino quante parole chiave avete inserito cercate di raggiungere e superare il fatidico numero dei nani di Biancaneve.

[Tips] 10 regole d'oro per utilizzare gli #hashtag

hashtag
Un post di riepilogo su nozioni (apparentemente) di base non fa mai male.
Lo dico per chiunque si occupi di Social Media Marketing sia a livello di produzione di contenuto che strategico e lo dico anche per me stesso visto che ogni tanto provo a rinfrescare le certezze sui vari temi del mio lavoro.
Oggi parliamo di Hashtag e dell’utilizzo migliore che se ne può fare condividendo 10 regole base.
Prima però partiamo dalla definizione. Cito testualmente quella riportata da Twitter che di fatto ha diffuso nel mondo social l’utilizzo di questo simbolo (considerate che la stessa è valida anche per altri canali come Facebook, Instagram, Pinterest, Google+).
definizione hasthtag twitter
Di conseguenza: se si scrive un tweet collegando una o più parole al simbolo dell’hashtag quel tweet sarà potenzialmente visibile a chiunque compia una ricerca su Twitter utilizzando la parola chiave collegata all’hashtag.
Detto ciò arriviamo alle regole, ricordatevi:

    1. Di utilizzare il giusto numero di hashtag collegato a ciascun contenuto. 2 o 3 al massimo sono quelli consigliati su Twitter (fonte: Twitter) dove andrebbe sempre e comunque usato almeno uno hashtag. Si può invece abbondare su Instagram dove diverse analisi mostrano che un numero tra gli 11 e i 14 attira un grande numero di visualizzazioni e conseguenti interazioni (vedi grafico di seguito).how-to-use-hashtag-on-instagram
    2. Consultate i trending topic periodici per provare a inserirvi in modo coerente nelle discussioni attive che attirano l’attenzione degli utenti. Oltre a quello base di twitter ci sono diversi tool come Hashstagify utili a scoprire le tendenze del momento e anche quelle di più lungo periodo.
      Hashtag_trend-mensili-italia-novembre-2015
    3. Su Facebook la ricerca per hashtag non è diffusissima (anche perchè il carattere privato di molti profili ne impedisce la visibilità) ma è utile servirsi degli stessi all’interno delle pagine di brand sopratutto in due contesti: per cavalcare temi legati al real time marketing che creano picchi di interesse (es. #starwars #backtothefutureday #goldenglobes, etc.) o in caso di categorie particolari di post che è utile permettere agli utenti di ritrovare (es: #leNostreRicette #iGolpiùBelli #collezioneAutunnoInvernoBrandX)
    4. Se invitate gli utenti ad utilizzare un hashtag per partecipare a un momento di discussione o intrattenimento scegliete un hashtag semplice e intuitivo in modo che chi vuole interagire non debba chiedersi qual è la parola chiave da scriversi. Ad esempio sarebbe meglio scegliere #xFactor piuttosto che #XF9 per invitare gli utenti ad interagire con il programma. Di fatto la produzione può permettersi di scegliere il secondo perchè ha scelto di lasciarlo in sovrimpressione per tutta la durate del programma quindi il dubbio degli utenti è presto sciolto. Non tutti i brand però hanno questa possibilità, in quel caso ricordatevi la regola base.
    5. Usateli durante gli eventi fisici o virtuali per promuovere sessioni temporanee di Q&A (es. #AskToNomeOspite) o in maniera continuativa per differenziare i tweet degli utenti che citano la vostra azienda i per motivi più diversi e tweet invece legati alla richiesta di informazioni.
    6. Sceglietene uno ufficiale che metta in risalto il brand da poter usare in più occasioni. In alcuni casi può essere semplicemente il nome del brand, in altri il claim che lo connota (es. #justdoit)
    7. Se sono gli utenti a doverlo utilizzare non chiedetegli di utilizzare a tutti i costi il nome del brand. Pur avendo a disposizione un hashtag “brandizzato” come consigliato nel punto precedente non è detto che nelle vostre iniziative di engagement online ogni hashtag debba contenere il nome del marchio o del prodotto, anzi, se puntate a massimizzare le interazioni siate più clementi con il vostro pubblico che non ha certo bisogno che gli ricordiate o che lo obblighiate ad usare in ogni contenuto il vostro nome. Questa regola vale a meno che non siate un love brand o una squadra di calcio (entità per cui gli utenti stravedono) anche se anche in quei casi le eccezioni vengono premiate come nel caso del successo dell’hasthtag #seandiamoinfinale della Juventus premiata come migliore campagna Twitter 2015.
      #seandiamoinfinale-juventus
    8. Inseriteli per lo più all’inizio o sopratutto alla fine del testo del post/tweet. Anche se siete liberi di taggare parole al centro della frase, a volte sarete costretti perchè su Twitter avrete terminato le battute disponibili, in questo modo renderete più leggibile il tweet.
    9. Anche se vi state occupando di un’attività online ricordatevi sempre di valutare le integrazioni di un hashstag strategico in tutte le altre attività e canali di marketing, dalla pubblicità in tv o radio a quella sui giornali cartacei o su manifesti, volantini e brochure.
    10. Ultimo consiglio riguarda la verifica dell’utilizzo di un hashtag sia prima che dopo il lancio di un’iniziativa. Prima per valutare se, come e quanto è stato già utilizzato un hashtag che avete in mente perchè anche se non è obbligatorio esserne i creatori è altresì sconsigliato entrare in flussi di conversazioni poco vicini al marchio o addirittura deleteri per lo stesso. Dopo invece per valutare e accertarsi a posteriori che un’iniziativa lanciata non prenda derive inaspettate e dannose e che qualcuno poi non associ al marchio l’uso improprio di una parola chiave.