Dati e riflessioni dall'Osservatorio Multicanalità 2017 #OM17

definizione di un cluster media
Il titolo dell’evento, oltre che l’immagine qui sopra, riassume un concento chiave dell’edizione 2017 dell’Osservatorio Multicanalità, il convegno promosso e coordinato da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano e Zenith Italy.
Anywhere & Anytime.
Quello che mi porto a casa dei dati e delle riflessioni condivise è sicuramente la necessità di lavorare, come sempre da qualche anno ormai, su più fronti in maniera coordinata cercando il sacro Graal del Marketing ovvero l’equilibro tra efficacia della personalizzazione e capacità di fornire risposte, relazioni, messaggi ed esperienze segmentate all’utente.
Gli asset multicanale vanno governati prendendo come modello le ormai ex start-up che rappresentano oggi i modelli economici di successo: Amazon, Facebook, Google, AirbnB, Uber, Tesla, Netflix, aziende con meno di 15 anni che hanno una grande cose in comune: l’approccio AGILE. Provare, verificare sul campo, saper cambiare, ridurre i tempi di risposta e servizio al minimo.
Cresce l’accesso a internet, con il mobile a fare da traino, e cresce anche la frequenza d’acquisto online. Tuttavia occorre considerare che resta un 40% di over 14 non connesso e che l’acquisto online rappresenta ancora solo il 6% degli acquisti retail. Insomma digital, si, ma non troppo. Ragionare a fondo sulle azioni da intraprendere è dunque quantomai fondamentale.
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Detto dell’ascesa dell’accesso mobile sul fronte media tradizionali assistiamo a un cambiamento del pubblico “storico” che vale come paradigma dell’approccio da adottare in termini di strategia. Il pubblico televisivo giornaliero infatti non diminuisce più di tanto – perde solo 2 punti percentuali nell’ultimo anno – ma cambia le sue preferenze. Colpisce la crescita della TV On Demand e dei canali tematici. In due parole: offerta di qualità e verticale in base ai propri interessi. In una parola: Segmentazione.
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Il terzo media oltre al web e ai canali tradizionali è quello che non è quasi mai considerato tale: Il punto vendita. Una trasformazione di prospettiva e di visione legata ad abitudini già in atto (cercare informazioni su internet per arricchire di contenuto la mia esperienza in store e decidere di acquistare o viceversa, guardo e tocco con mano in store ciò che poi acquisterò online) ma anche alle opportunità offerte dalla tecnologia capace oggi di abilitare esperienze immediate partendo dai dati utente.
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Il negozio deve digitalizzare la sua esperienza. Va in questa direzione una catena GDO come Esselunga con dispositivi per lo scanning dei prodotti, la spesa online, l’evoluzione della app e del suo approccio nell’utilizzo del volantino offerte in modo da seguire lo shopper Journey.
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Chiudo con due citazioni esemplificative che credo sia utile portarsi dietro come mantra di ogni strategia multicanale futura:
“L’impero dei sensi e l’impero dei sensori procedono verso una rapida convergenza” – Giuliano Noci, ordinario di Strategia di marketing al Politecnico di Milano e Direttore scientifico dell’Osservatorio Multicanalità
Il concetto di “esperienza consistente” fornita all’utente deve essere l’obiettivo di ogni azione per spostare l’asset della comunicazione dal concetto di push un po’ più verso quello di poll attraverso un sorta di attrazione gravitazionale. L’esperienza di Amazon sia da esempio.
“Non è la reach quella su cui andiamo a combattere ma l’attenzione dell’utente” – Luca Cavalli CEO di Zenith Italy.
In un mondo in cui l’affollamento pubblicitario è un dato di fatto e in cui il prezzo guida parte delle scelte di consumo solo la personalizzazione di comunicazione e prodotto/servizio può dare potere al brand. Comprendere a fondo il proprio target è imprescindibile.
Il vincitore di questo percorso di cambiamento sembra essere, come citato oggi, il consumatore che ha colto l’opportunità di diventare più esigente e volatile. In questo quadro la marca non può più permettersi di “chiedere”, deve solo dare.
Ecco una sintesi degli interventi e ulteriori dati in versione tweet.

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[PACKAGING] Diet Coke e l'ultima frontiera della personalizzazione del pack di prodotto

[PACKAGING] Diet Coke e l'ultima frontiera della personalizzazione del pack di prodotto

Coca Cola, Nutella e svariati altri brand ci hanno mostrato negli ultimi anni quanto possa essere utile e strategico dal punto di vista del marketing di prodotto giocare con la personalizzazione delle etichette e del packaging. L’obiettivo è quello di uscire dalla logica del mass market, della produzione e del consumo standardizzati per comunicare l’idea di un prodotto unico che parla all’utente in modo più empatico mostrando un nome (il suo), una dedica, la frase di una canzone, uno stato d’animo o semplicemente una grafica fuori dai rigidi schemi dell’immagine coordinata del marchio.
Le case hisotry sono diverse e nel tempo continueranno a crescere:

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Oggi mi sono imbattuto in quella che può definirsi l’ultima frontiera del Custom Packaging ovvero nell’operazione, sempre made in Coca-Cola, che vede la personalizzazione dei 2 MILIONI di esemplari unici di etichette della Diet Coke. Il progetto, realizzato in Israele, ha previsto la creazione di così tante grafiche diverse grazie a un innovativo algoritmo che ha permesso di automatizzare buona parte del processo di design. Qualcosa di unico sul mercato che colloca il pack come vero e proprio oggetto da collezione alla stregua di francobolli o monete d’epoca. E non finisce qui perchè il messaggio di unicità è stato riprodotto anche sulla campagna affissioni che pubblicizza l’attività con manifesti tutti differenti e sulle iniziative speciali in store in cui gli acquirenti ricevono in omaggio una t-shirt altrettanto unica stampata al mento. Un’iniziativa dal potenziale grandioso che ha riscosso successo anche dal punto di vista delle vendite.

Diet Coke presents: Millions of one of a kind bottles from Gefen Team on Vimeo.