Netcomm Forum 2018, i punti chiave per prepararsi al next retail!

Netcomm Forum 2018, i punti chiave per prepararsi al next retail!

Le vendite online crescono, come ogni anno da quando esiste il Netcomm Forum. Ma la novità di quest’anno non è tanto rappresentata dai 27 miliardi stimati per il valore degli acquisti online da parte degli italiani (+15%). Non è nemmeno la differenza di crescita tra acquisto di prodotti pari a 15 miliardi (+25%) e l’acquisto di servizi pari a 12 (+6%).

La notizia invece è che facendo una proiezione a 3 anni sul mercato mondiale seppure la crescita delle vendite continui nel 2021 la maggior parte del fatturato legato alle vendite di servizi e prodotti sarà ancora generata dai negozi fisici (circa l’82% vs l’88% attuale). 

ecommerce - prodotti vs servizi

crescita ecommerce worldwide

È così che il tema di come collegare online e punto venduta fisico in ottica omnicanale e di come portare l’innovazione tecnologica nello stesso per accrescerne l’appeal sui consumatori non è più uno dei tanti cantieri aperti ma è diventato l’argomento centrale dell’Edizione 2018 del Netcomm Forum. Di cosa parliamo: di marketing e retargeting geolocalizzato in base ai punti vendita fisici, couponing, notifiche push in store, meccaniche di click & collect, presenza di display instore, pagamenti self service, controllo sulla disponibilità dei prodotti, offerte real time personalizzate, addetti alla vendita preparati.

Il contesto – la città, le sue infrastrutture di rete, le politiche di educazione al cittadino per l’utilizzo della tecnologia, la digitalizzazione della PA –  giocherà un ruolo importante e facilitatore per l’evoluzione dei retailer tradizionali influenzando la velocità dell’introduzione di metodi di pagamento innovativi, nuove esperienze in store, potenziamento dell’utilizzo e della funzione dei dispositivi mobile. In questo quadro certamente il comune di Milano si pone come capofila ed esempio per tutto il territorio Nazionale.

Ma è comunque sul fronte dei venditori che si aspettano grandi investimenti. I filoni da tenere d’occhio in modo incrociato a quello centrale dell’innovazione instore e su cui progettare attività sono gli stessi di sempre:

  • mobile first con la possibilità di poter dialogare con il consumatore sempre e ovunque grazie allo smartphone e alla fruizione social
  • i prodotti sono sempre più Touch Point di comunicazione andando oltre la loro funzione d’utilizzo
  • dati restano al centro del percorso strategico nell’evoluzione di prodotti, servizi e processi
  • l’evoluzione della virtualità (Realtà Aumentata, Visori ottici, Realtà virtuale, etc.) accrescono le possibilità di interazione di e con il cliente. 
  • Anche la fabbrica diventa intelligente definendo meccaniche di produzione in base ai flussi delle richieste e agli storici
  • wearable modificano i comportamentinext retail netcomm commerce forum

Tra le novità su cui drizzare le antenne in prospettiva vanno sottolineati i ruoli di:

  • Internet of Things e Intelligenza Artificiale che permetteranno di automatizzare i device (basti pensare agli elettrodomestici intelligenti) e i processi di acquisto,
  • casa e auto che diventano vere piattaforme digitali renderanno la connessione del singolo utente always on,
  • accesso vocale a contenuti e informazioni che, con le sue molteplici forme, diventa un nuovo canale con ricadute su molteplici campi tecnologici e di marketing, dalla revisione della SEO alla capacità di dialogo con i vari speaker e software intelligenti (Google Assistant, Amazon Alexa, Siri, etc..)
  • logistica che sarà sempre più flessibile nelle meccaniche di consegna e ritiro delle merci. La possibilità di consegna sempre e ovunque e la robotizzazione dei magazzini definiranno nuovi standard.

Insomma, tante aree, tante possibilità ma anche tanta complessità. Di certo c’è molto da lavorare. A che punto è il vostro percorso?

future of retail

Dati e riflessioni dall'Osservatorio Multicanalità 2017 #OM17

definizione di un cluster media
Il titolo dell’evento, oltre che l’immagine qui sopra, riassume un concento chiave dell’edizione 2017 dell’Osservatorio Multicanalità, il convegno promosso e coordinato da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano e Zenith Italy.
Anywhere & Anytime.
Quello che mi porto a casa dei dati e delle riflessioni condivise è sicuramente la necessità di lavorare, come sempre da qualche anno ormai, su più fronti in maniera coordinata cercando il sacro Graal del Marketing ovvero l’equilibro tra efficacia della personalizzazione e capacità di fornire risposte, relazioni, messaggi ed esperienze segmentate all’utente.
Gli asset multicanale vanno governati prendendo come modello le ormai ex start-up che rappresentano oggi i modelli economici di successo: Amazon, Facebook, Google, AirbnB, Uber, Tesla, Netflix, aziende con meno di 15 anni che hanno una grande cose in comune: l’approccio AGILE. Provare, verificare sul campo, saper cambiare, ridurre i tempi di risposta e servizio al minimo.
Cresce l’accesso a internet, con il mobile a fare da traino, e cresce anche la frequenza d’acquisto online. Tuttavia occorre considerare che resta un 40% di over 14 non connesso e che l’acquisto online rappresenta ancora solo il 6% degli acquisti retail. Insomma digital, si, ma non troppo. Ragionare a fondo sulle azioni da intraprendere è dunque quantomai fondamentale.
aumenta-la-frequenza-dacquisto-OM17
Detto dell’ascesa dell’accesso mobile sul fronte media tradizionali assistiamo a un cambiamento del pubblico “storico” che vale come paradigma dell’approccio da adottare in termini di strategia. Il pubblico televisivo giornaliero infatti non diminuisce più di tanto – perde solo 2 punti percentuali nell’ultimo anno – ma cambia le sue preferenze. Colpisce la crescita della TV On Demand e dei canali tematici. In due parole: offerta di qualità e verticale in base ai propri interessi. In una parola: Segmentazione.
Osservatorio-multicanalità-2017-la-tv-si-trasforma
Il terzo media oltre al web e ai canali tradizionali è quello che non è quasi mai considerato tale: Il punto vendita. Una trasformazione di prospettiva e di visione legata ad abitudini già in atto (cercare informazioni su internet per arricchire di contenuto la mia esperienza in store e decidere di acquistare o viceversa, guardo e tocco con mano in store ciò che poi acquisterò online) ma anche alle opportunità offerte dalla tecnologia capace oggi di abilitare esperienze immediate partendo dai dati utente.
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Il negozio deve digitalizzare la sua esperienza. Va in questa direzione una catena GDO come Esselunga con dispositivi per lo scanning dei prodotti, la spesa online, l’evoluzione della app e del suo approccio nell’utilizzo del volantino offerte in modo da seguire lo shopper Journey.
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Chiudo con due citazioni esemplificative che credo sia utile portarsi dietro come mantra di ogni strategia multicanale futura:
“L’impero dei sensi e l’impero dei sensori procedono verso una rapida convergenza” – Giuliano Noci, ordinario di Strategia di marketing al Politecnico di Milano e Direttore scientifico dell’Osservatorio Multicanalità
Il concetto di “esperienza consistente” fornita all’utente deve essere l’obiettivo di ogni azione per spostare l’asset della comunicazione dal concetto di push un po’ più verso quello di poll attraverso un sorta di attrazione gravitazionale. L’esperienza di Amazon sia da esempio.
“Non è la reach quella su cui andiamo a combattere ma l’attenzione dell’utente” – Luca Cavalli CEO di Zenith Italy.
In un mondo in cui l’affollamento pubblicitario è un dato di fatto e in cui il prezzo guida parte delle scelte di consumo solo la personalizzazione di comunicazione e prodotto/servizio può dare potere al brand. Comprendere a fondo il proprio target è imprescindibile.
Il vincitore di questo percorso di cambiamento sembra essere, come citato oggi, il consumatore che ha colto l’opportunità di diventare più esigente e volatile. In questo quadro la marca non può più permettersi di “chiedere”, deve solo dare.
Ecco una sintesi degli interventi e ulteriori dati in versione tweet.

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Per ordinare da Starbucks ci vuole l'intelligenza… artificiale.

Continuo a seguire con interesse il tema e il trend delle innovazioni tecnologiche applicate al Marketing. Oggi siamo nel mondo AI, intelligenza artificiale. Il caso è quello di Starbucks che sta implementando moduli di AI all’interno della sua app in modo che i clienti possano ricevere offerte e contenuti personalizzati in base ai propri dati e gusti.
La premessa è che stiamo parlando di uno dei, o forse DEL, retailer con l’ecosistema mobile più grande al mondo con 12 milioni di membri iscritti allo Starbucks Rewards ™ (il suo programma fedeltà) e 8 milioni di transazioni che avvengono già via Smartphone. Dunque è impossibile non guardare alle innovazioni di questo brand come trend in grado di diffondersi e influenzare le modalità di consumo degli utenti in questo e in settori adiacenti.
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La prossima grande innovazione del brand sarà lanciata nel 2017, si chiama “My Starbucks Barista” ed è un nuovo sistema, basato appunto sull’intelligenza artificiale, per effettuare gli ordini attraverso un app mobile. I clienti Starbucks potranno ordinare via mobile attraverso un messaggio vocale o di testo con un’esperienza comoda e immediata. L’obiettivo è quello di accrescere ulteriormente la fidelizzazione e ovviamente il coinvolgimento dei propri clienti già iniziato con il programma di offerte personalizzate inviate via Mail. In questo caso, ed è la forza di Starbucks, “personalizzare un’offerta” non è solo un modo di dire ma letteralmente una vera e propria iper-segmentazione con 400 mila diverse varianti del contenuto inviato nelle caselle di posta elettronica dei propri clienti, un’attività che ha portato il doppio delle conversioni rispetto a campagne precedenti.
Dunque è questa la strada: possibilità di dialogare con milioni di utenti fornendo proposte vantaggiose, raccomandation e servizi in tempo reale basati sull’utente stesso. Una nuova veste al consumo di massa. Quali brand potranno permetterselo? O forse la domanda giusta è: a breve dovranno permetterselo tutti?
 

[Tips] 10 regole d'oro per utilizzare gli #hashtag

hashtag
Un post di riepilogo su nozioni (apparentemente) di base non fa mai male.
Lo dico per chiunque si occupi di Social Media Marketing sia a livello di produzione di contenuto che strategico e lo dico anche per me stesso visto che ogni tanto provo a rinfrescare le certezze sui vari temi del mio lavoro.
Oggi parliamo di Hashtag e dell’utilizzo migliore che se ne può fare condividendo 10 regole base.
Prima però partiamo dalla definizione. Cito testualmente quella riportata da Twitter che di fatto ha diffuso nel mondo social l’utilizzo di questo simbolo (considerate che la stessa è valida anche per altri canali come Facebook, Instagram, Pinterest, Google+).
definizione hasthtag twitter
Di conseguenza: se si scrive un tweet collegando una o più parole al simbolo dell’hashtag quel tweet sarà potenzialmente visibile a chiunque compia una ricerca su Twitter utilizzando la parola chiave collegata all’hashtag.
Detto ciò arriviamo alle regole, ricordatevi:

    1. Di utilizzare il giusto numero di hashtag collegato a ciascun contenuto. 2 o 3 al massimo sono quelli consigliati su Twitter (fonte: Twitter) dove andrebbe sempre e comunque usato almeno uno hashtag. Si può invece abbondare su Instagram dove diverse analisi mostrano che un numero tra gli 11 e i 14 attira un grande numero di visualizzazioni e conseguenti interazioni (vedi grafico di seguito).how-to-use-hashtag-on-instagram
    2. Consultate i trending topic periodici per provare a inserirvi in modo coerente nelle discussioni attive che attirano l’attenzione degli utenti. Oltre a quello base di twitter ci sono diversi tool come Hashstagify utili a scoprire le tendenze del momento e anche quelle di più lungo periodo.
      Hashtag_trend-mensili-italia-novembre-2015
    3. Su Facebook la ricerca per hashtag non è diffusissima (anche perchè il carattere privato di molti profili ne impedisce la visibilità) ma è utile servirsi degli stessi all’interno delle pagine di brand sopratutto in due contesti: per cavalcare temi legati al real time marketing che creano picchi di interesse (es. #starwars #backtothefutureday #goldenglobes, etc.) o in caso di categorie particolari di post che è utile permettere agli utenti di ritrovare (es: #leNostreRicette #iGolpiùBelli #collezioneAutunnoInvernoBrandX)
    4. Se invitate gli utenti ad utilizzare un hashtag per partecipare a un momento di discussione o intrattenimento scegliete un hashtag semplice e intuitivo in modo che chi vuole interagire non debba chiedersi qual è la parola chiave da scriversi. Ad esempio sarebbe meglio scegliere #xFactor piuttosto che #XF9 per invitare gli utenti ad interagire con il programma. Di fatto la produzione può permettersi di scegliere il secondo perchè ha scelto di lasciarlo in sovrimpressione per tutta la durate del programma quindi il dubbio degli utenti è presto sciolto. Non tutti i brand però hanno questa possibilità, in quel caso ricordatevi la regola base.
    5. Usateli durante gli eventi fisici o virtuali per promuovere sessioni temporanee di Q&A (es. #AskToNomeOspite) o in maniera continuativa per differenziare i tweet degli utenti che citano la vostra azienda i per motivi più diversi e tweet invece legati alla richiesta di informazioni.
    6. Sceglietene uno ufficiale che metta in risalto il brand da poter usare in più occasioni. In alcuni casi può essere semplicemente il nome del brand, in altri il claim che lo connota (es. #justdoit)
    7. Se sono gli utenti a doverlo utilizzare non chiedetegli di utilizzare a tutti i costi il nome del brand. Pur avendo a disposizione un hashtag “brandizzato” come consigliato nel punto precedente non è detto che nelle vostre iniziative di engagement online ogni hashtag debba contenere il nome del marchio o del prodotto, anzi, se puntate a massimizzare le interazioni siate più clementi con il vostro pubblico che non ha certo bisogno che gli ricordiate o che lo obblighiate ad usare in ogni contenuto il vostro nome. Questa regola vale a meno che non siate un love brand o una squadra di calcio (entità per cui gli utenti stravedono) anche se anche in quei casi le eccezioni vengono premiate come nel caso del successo dell’hasthtag #seandiamoinfinale della Juventus premiata come migliore campagna Twitter 2015.
      #seandiamoinfinale-juventus
    8. Inseriteli per lo più all’inizio o sopratutto alla fine del testo del post/tweet. Anche se siete liberi di taggare parole al centro della frase, a volte sarete costretti perchè su Twitter avrete terminato le battute disponibili, in questo modo renderete più leggibile il tweet.
    9. Anche se vi state occupando di un’attività online ricordatevi sempre di valutare le integrazioni di un hashstag strategico in tutte le altre attività e canali di marketing, dalla pubblicità in tv o radio a quella sui giornali cartacei o su manifesti, volantini e brochure.
    10. Ultimo consiglio riguarda la verifica dell’utilizzo di un hashtag sia prima che dopo il lancio di un’iniziativa. Prima per valutare se, come e quanto è stato già utilizzato un hashtag che avete in mente perchè anche se non è obbligatorio esserne i creatori è altresì sconsigliato entrare in flussi di conversazioni poco vicini al marchio o addirittura deleteri per lo stesso. Dopo invece per valutare e accertarsi a posteriori che un’iniziativa lanciata non prenda derive inaspettate e dannose e che qualcuno poi non associ al marchio l’uso improprio di una parola chiave.

[VIDEO] I 5 spot più virali del 2015

Non importa quanto sei in grado di sborsare per dare visibilità ad un video, la viralità non la si compra. Piuttosto, se sei bravo, puoi inventare qualcosa ad alto potenziale virale. Ma anche li di scientifico c’è solo una parte, piccola, legata allo standard usato per raccontare un prodotto o un brand.
E’ proprio quella piccola parte che cerco di scovare analizzando periodicamente i video più condivisi del web. Capire “cosa sta funzionando di più“. Intravedere i pilastri di storytelling che ci stanno dietro.
Questa volta passiamo in rassegna i 5 video con il più alto numero di share del 2015. Nel caso dei video di seguito vedrete come un punto in comune in almeno 3 di loro (4 se consideriamo i pupazzi Disney) sono gli animali e l’effetto “tenerezza” che si portano dietro. In 2 su 5 il video è montato con la tecnica della candid camera registrata in luoghi pubblici, altro format storicamente comune ai top video virali.
Lato testimonial va considerato che solo in un video su 5, quello di Roc con Cristiano Ronaldo, a parlare del brand è un personaggio famoso (e con un potenziale social reale rispetto a tanti altri vip utilizzati dai brand). Forse vale la pena utilizzarli solo in casi in cui si è in grado di mettere in campo, scusate il gioco di parole, qualcuno che può davvero contare su un seguito di social fan.
Non emerge un’indicazione definita per quanto riguarda la durata del video. Facendo una media aritmetica della lunghezza dei 5 video verrebbe da dire che un video virale può raggiungere anche i 2 minuti e mezzo. E’ evidente però che dilungarsi troppo sia sempre rischioso e rischia di frazionare il numero di utenti che arrivano alla fine del video.
A proposito di fine, l’ultima considerazione è come prevalga nella maggior parte dei video la collocazione e la visibilità del brand al termine della storia, in alcuni casi, senza nemmeno che ne sia davvero protagonista.
Adesso non vi tocca che dare dedicare 12 minuti alla visione dei video. Buona visione:

5° Posto – Budweiser “Lost Dog”

4° Posto – Roc by Ronaldo “Cristiano Ronaldo in Disguise”

3° Posto – Purina “Puppyhood”

2° Posto – Disney Parks “Disney Characters Surprise Shoppers”

1° Posto – Android “Friends Furever”.


Come sempre accade poi, quando qualcosa diventa Virale, partono le parodie che cercano di cavalcarne il successo. Anche imitare o prendere in giro è parte del marketing. Guardate qui:

Se siete interessati ad approfondire l’analisi ecco la classifica fino alla posizione 20 pubblicata da Unruly.
video-viral-2015-chart