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[INFOGRAPHIC] Top Brand Facebook. Benchmarking… l'ingrediente segreto

Non sono in vacanza, chiariamolo subito. Lo scorso anno i primi due mesi dell’anno li avevo passati in Argentina vagando tra i monti e le pianure della Patagonia per cui non vorrei che qualcuno pensasse che il pellegrinaggio sudamericano sia per me un atto rituale. Non lo è, tranquilli.
Semplicemente in queste settimane di assenza facevo trekking a testa bassa nel mondo del Social (e ancora è così). 
L’ho sempre detto e lo ripeterò a lungo ancora: se vuoi capire cosa fare per un progetto non dimenticarti mai di vedere cosa sta succedendo nel mondo che ti circonda. La genialità creativa (per chi ritiene di avercene almeno un po’) da sola non basta ad ottenere i risultati.
Ecco allora che servono un paio di liste da tenere d’occhio. In questo mi aiutano molto i numerosi tool di monitoraggio Social. In questo caso Blogmeter con le sue due più recenti classifiche mensili dei brand Facebook con maggior numero di nuovi Fan, miglior Engagement Rate e migliori tempi di risposta.
Guardatele e fatevi delle domande. Cercate di capire perchè ad esempio la pagina Facebook della Sampdoria è negli ultimi due mesi quella sportiva con il più alto grado di interazione oppure perchè Poste Mobile è il marchio più reattivo a rispondere agli utenti e se questo risulta un fattore premiante. 
Guardate le iniziative “social” di Philadelphia che sembrano riscuotere tanto interesse e chiedetevi qual’è la ricetta (scusate il gioco di parole) per un successo così grande. Infine cercate di comprendere quanti nuovi fan arrivino nelle pagine top del mese in modo organico, magari a seguito di un’elevata esposizione mediatica, e quanti invece possono essere correlati a grandi spinte ADV. 
Alcune di queste risposte, come è successo a me, potrebbero entrare a far parte della vostra prossima strategia di Social Media Marketing.
Benchmarking… l’ingrediente segreto. 

[DATI] Pinterest in Italia. Update Novembre 2012. E' meglio Instagram?

E’ passato un anno dal boom di Pinterest e dai picchi di notizie, post e commenti che hanno mobilitato tutto il mondo dei Digital Market. Tutti in cerca del killer social network da proporre ai clienti.
Già a Marzo mi chiedevo se valesse la pena inserire Pinterest nella propria strategia di Social Media Marketing. Allora i dati sul mercato italiano mostrava una base utenti ancora poco matura numericamente (240 mila/mese) ma il nuovo social network lasciava intravedere buone potenzialità come strumento di analisi del marcato, un vero specchio degli interessi degli utenti per quanto riguarda: settori, prodotti, stili di comunicazione (soprattutto Visual). Due mesi dopo, a Maggio, gli utenti erano cresciuti fino a raggiungere una quota stimata di 360 mila visitatori al mese (fonte Google AdPlanner). Ancora troppo pochi però per suggerire investimenti di tempo ai clienti.

Intanto il tempo passa e Pinterst continua la sua ascesa, sicurmente meno rapida che nel paese d’origine (gli Usa) ma costante. E’ di qualche giorno fa la notizia dell’ingresso del Social Network delle puntine nella Top 50 ComScore dei siti più visitati negli Stati Uniti con oltre 25 milioni di utenti. In Italia siamo molto indietro, le stime parlano di un numero vicino ai 500 mila visitatori. Se si pensa che per altri social network come Twitter, Linked In e Google+ parliamo di numeri variabili tra i 2 milioni e mezzo e i 3 milioni e 600 mila visitatori mensili appare utile piuttosto di disperdere tempo su un nuovo canale, per quanto affascinante, concentrarsi meglio su quelli già esistenti con più alto potenziale di pubblici.

Qualche cliente obietterà: “Ma tutti ne parlano e poi il mio brand ha una grande quantità di materiale visual e vorrei sfruttarlo su piattaforme verticali”. Benissimo, proviamo a fare un Benchmarking sulle 3 piattaforme con caratteristiche social più utilizziate in ambito fotografico: Pinterest, Flickr e Instagram.
Mentre Flickr (75° nel rank Alexa) e Pinterest (92° nel rank Alexa) riscuotono un interesse pressochè costante nell’arco dell’anno vediamo come da aprile, data dell’acquisizione da parte di Facebook, Instagram (133° nel rank Alexa pur non offrendo una versione desktop) balza in testa alle preferenze degli Italiani. Questo è solo il primo dei diversi motivi per cui Instagram appare più indicato di Pinterst all’inserimento fra i touch point del brand. Trattandosi di uno strumento Social quasi esclusivamente Mobile (rispetto a Pinterest che esprime il suo meglio nella versione desktop) Instagram rappresenta anche un modo per diversificare in maniera multicanale l’approccio al cliente. Ultimo fattore a far pendere l’ago della bilancia versi il tool per la produzione di foto vintage è la presenza in Italia di tutta una serie di community geolocalizzate, piccole ma attivissime, i cosiddetti: Instagramers che possono essere coinvolti con successo in iniziative creative brandizzate.

[BAD PRACTICE] Un Follower non è un Fan. Il caso Twitter di Job24

C’è una cosa che da sempre cerchiamo di illustrare ai Brand che scelgono di aprirsi al mondo Social: Essere social significa cambiare prospettiva rispetto alle attività di comunicazione/promozione. Usiamo parole come: trasparenza, comunicazione bidirezionale (o meglio relazione), rispetto delle opinioni, apertura alle critiche, etc..

Insomma stressiamo al massimo il punto secondo cui non si possono utilizzare canali Social con un’idea tradizionale di comunicazione che va da uno (l’azienda) a molti (i consumatori). Lo facciamo per non trovarci in poco meno di mezzo secondo dall’apertura di Pagine Facebook o profili Twitter in bufere mediatiche che l’Uragano Sandy in confronto sembra una brezza.

Ecco, noi, i consulenti/comunicatori da una parte e loro, le aziende, dall’altro.
Ma cosa succede quando a usare i social è un professionista dell’Informazione? Ci si aspetta che, al pari di un consulente conosca il mezzo che utilizza e le logiche che lo governano. Ci si aspetta che lui per primo contribuisca a un’evoluzione positiva e a una diffusione delle potenzialità dello stesso. Insomma, nel peggiore dei casi si può ammettere un uso standard del mezzo che magari per mancanza di tempo viene  interpretato come strumento per un’allargamento del pubblico piuttosto che come un luogo in cui poter imparare e arricchire i contenuti dell’informazione diffusa.

Ci si aspetta tutto tranne di assistere a una zuffa digitale (seppure con qualche tono sarcastico e citazioni di livello). E’ quello che è successo ieri sul profilo Twitter di @Job24 de Il Sole 24 Ore di cui la giornalista social oriented scivola inizialmente in critiche a un utente che cita l’account del Sole in un suo Tweet e poi persevera nell’errore trasformando un dialogo che potrebbe essere costruttivo e mostrare l’apertura di una delle prime testate nazionali in un esempio di quello che non bisognerebbe mai fare online.

Un riassunto di quello che è successo in un minuto di slide Storify:

View “undefined” on Storify
In seguito online si è scatenato un tormentone fatto di citazioni più o meno cortesi, ironiche, paradossali, fatto di post, articoli con un esercito di analisti scatenati contro la faccia social del Sole.

Mi verrebbe da minimizzare. Sappiamo che su Twitter è complicato riassumere tutte le sfumature di un messaggio in 140 caratteri, è impossibile fare lunghe premesse e mettere le mani avanti, è difficile esprimere critiche mostrandosi comunque aperto alle contro-critiche, e via dicendo. Ma forse proprio per questo è fondamentale fare tesoro di casi come questo (e non è il primo) per pensarci su 10 volte prima di ribattere in maniera troppo forte e decisa a un’eventuale critica. Altro insegnamento: non è importante chi ha più follower quanto (proprio in relazione dei tanti follower) la numerosità del pubblico che assiste a una conversazione. Follower non è sinonimo di FAN (per quanto a molti sembri così) ma solo di qualcuno che è interessato a leggere i miei contenuti e se faccio scivoloni è il primo a notarli e a espanderne la portata. Un follower, se mal gestito, diventa cassa di risonanza e non avvocato difensore.

Signori, l’udienza è tolta. Almeno per oggi.

(p.s.: Ringrazio la mia amica Giulia per la segnalazione del caso. Non vorrei finisse che mi insulta su Twitter e sarei costretto, secondo le “Teorie Predicate”, a rispondere in modo conciliante)

[Olimpiadi] Le 10 infografiche da non perdere su Londra 2012

Agosto, caldo Agosto. Ferie, sole, mare, lavoro di soppiatto, qualche mail gestita dallo smartphone, zuppa di crostacei a pranzo e il pomeriggio frammenti di olimpiadi alla Tv per avere qualcosa in sottofondo. Per gli appassionati di statistiche e numeri (anche questi da tenere in sottofondo mentre cazzeggiate) ecco le 10 infografiche da non perdere su Londra 2012.

1. Olimpiadi e Social Media
Iniziamo con un confronto tra l’ultima edizione delle olimpiadi e l’attuale dal punto di  vista SOCIAL.
2. La storia
Per capire meglio di cosa parliamo quando parliamo di Olimpiadi. Atleti, sport, nazioni, medaglie, anni e paesi. La storia delle olimpiadi moderne concentrata in pochi centimetri.

 3. I costi
A proposito di storia. Ecco come sono aumentati i costi delle Olimpiadi di edizione in edizione

4. Il Buzz olimpico
Qui i temi più discussi attorno all’evento 

5. I Record Olimpici
I più medagliati, i più giovani, i più vecchi, i team invincibili… 

6. Gli Sponsor
perchè come ogni competizione con una platea mondiale gli investimenti pubblicitari fioccano. Ecco chi ha vinto quelli attorno agli sportivi britannici.

7. La torcia
Qualcuno ha pensato bene di fare un’infografica anche sui “check-in” del tour della torcia olimpica
8. I campi olimpici
Una mappa con le venue dei vari sport così siamo sicuri di non perderci
9. Le top App olimpioniche
Perchè se è vero che saranno le Olimpiadi più viste su dispositivi Mobile è importante scegliere la maniera migliore per restare aggiornati.

Top Apps for the London Summer Olympics
Via: Cheap Hotels

10. Un’analisi media della competizione
Come dove con chi e quali eventi stiamo guardando gli eventi di Londra 2012

(+1). TUTTI I NUMERI
Chiudo con un riassunto di tutti i numeri principali dei giochi olimpici. 

Bene adesso potete tornare al vostro caffè shakerato.
Buone Vacanze.

[#terremoto] 2 Giugno e Groupalia: La deriva demagogica dei Social Network

Mi spiace dover scrivere nuovamente per un motivo doloroso che ha poco a che fare con quello di cui parlo in questo blog.
Stamattina a vibrare per la sveglia non è stato il cellulare come di consueto ma nuovamente tutta la stanza. Il terremoto. Di nuovo. A pochissimi giorni di distanza quando ancora non si era finito di contare i danni delle prime scosse eccone un’altro sciame sismico, potentissimo. Morti, feriti, crolli.
In mezzo a tutte queste faccende seguo sprazzi di conversazioni in TV, radio e Internet.
Su Facebook e Twitter, mi colpiscono due mobilitazioni. Una è quella di chi suggerisce di spendere i soldi della prevista parata del 2 giugno per aiutare le popolazioni terremotate. L’altra è quella degli scandalizzati per un Tweet di Groupalia (accompagnato da altri di aziende meno note) che propone un viaggio low cost a Santo Domingo per fuggire dalla paura del terremoto.

A primo sguardo, sia la mobilitazione contro lo sperpero di soldi del 2 giugno che contro un marketing becero come quello che a distanza di pochi minuti fa leva o ironizza su una tragedia sembrano lodevoli.

Qualcuno fa subito riferimento al potere della rete. Alla presa di coscienza di massa che nasce dal passaparola online.

Io, forse perchè mi ostino a non fermarmi al primo sguardo, vedo qualcosa che definisco “Deriva demagogica dei Social Network”.

Mi spiego. E’ evidente che al 29 Maggio gran parte dei soldi destinati per l’organizzazione della parata del 2 Giugno siano già stati spesi. Chiunque abbia organizzato un evento conosce il concetto di caparra, anticipo, clausola rescissoria, etc… Ad ogni modo quei soldi non basterebbero che a una parte infinitamente piccola rispetto a quanto necessario per rimettere in piedi le zone colpite. Possibile che non ci sia qualcuno che prova a informarsi prima di travestirsi da ministro dell’interno o da presidente della repubblica e generare randomicamente soluzioni? Intanto che me lo chiedo l’hashtag #no2giugno è al secondo posto tra i trend Twitter proprio dietro #terremoto
Caso Groupalia, dopo poche ore dalla messa online del Tweet dello scandalo l’azienda si è prima scusata e poi, attraverso la voce del Country Manager Andrea Gualtieri, ha comunicato la decisione di devolvere un euro per ogni vendita effettuata nella giornata di oggi. 

Evidentemente alla “rete” questo non basta e non solo non è disposta a perdonare il gesto attribuito all’inesperienza di un giovane dipendente ma ci va giù duro anche nei commenti successivi alle scuse. “Iene”, “sciacalli”, “merde”, “imbecilli”, “penoso”, “infamia” … queste sono solo alcune delle parole utilizzate dagli utenti che hanno commentato il tentativo di redenzione dell’azienda. Gli addetti ai lavori invece fanno analisi tecniche: “probabilmente l’azienda non conosce le regole del social media marketing”, “non inserite hashtag #Groupalia ma #GroupaliaFAIL”… etc. etc..
A ognuno la sua porzione di “leone vecchio”. Esatto, perchè mi ricorda un documentario in cui i classici ruoli Predaotre-preda si ribaltano e una mandria di bufali uccide e divora un leone claudicante e denutrito. E’ quello che accade ora.

Nel gioco del tutti contro uno i social network diventano un’arena in cui ognuno può dire la sua e se è uguale a quella di molti altri acquista forza e credibilità. Massa e potere, diceva Elias Canetti. E come in tutti i casi di crisi ecco emergere la figura del capro espiatorio, quello che deve pagarla per tutti a prescindere dal ruolo che egli abbia nelle vicende.

Siamo tutti disperati per un fatto simile, per un avvenimento che ci colpisce da vicino (e a molti in prima persona) ma una gran parte di persone non si focalizza sulle informazioni, sugli aiuti, sull’analisi dei fatti e delle situazioni ma sposa la ben più irrazionale e istintiva sete di giustizia.

Scandalizzarsi e twittiare contro la parata del 2 Giugno o contro uno scivolone di buon gusto ed etica di chi cerca di cavalcare un trend di conversazione online non è sbagliato. Assolutamente. E’ invece indecente che le stesse persone non riescano ad elevare il proprio grado di coscienza critica twittando e protestando altrettanto rabbiosamente per sprechi ben più gravi e sistemici da parte dello stato (rispetto alla parata del 2 Giugno) o per sciacallaggi molto peggiori e deprecabili come quelli di Balducci, Anemone, Piscicelli, e compagnia nella vicenda de L’Aquila.

Il potere della rete esiste ma anche un gran senso di superficialità nel come viene utilizzato. 140 caratteri, un hashtag “#”, un’emozione più forte delle altre e parte la fiammata. Il problema è che da quello che vedo e provo ad analizzare praticamente dopo una settimana quello che resta sono soltanto macerie. In tutti i sensi. Solo sconfitti.


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