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[Infographic] Facebook vs Google: Display Advertising a confronto

Riporto quasi alla lettera un’analisi interessante di Wordstream che compara i due più grandi network online di Display Advertising: Google Display Network e Facebook.

Dall’analisi risulta evidente che GDN fornisca agli inserzionisti un valore significativamente maggiore rispetto a quello dell’ADV Facebook. Il socialnetwork più grande del mondo, infatti, nonostante i grandi investimenti nel miglioramento della propria piattaforma in termini di funzionalità, template e user experience non ha fatto evolvere in modo altrettanto significativo il canale advertising.
5 i parametri analizzati: il pubblico raggiunto, i ricavi e la crescita, le performance, le possibilità di targettizazione e i formati.
Sul primo, la portata, c’è da dire che da una parte Google vanta un potenziale pubblico raggiungibile pari al 91% degli utenti online (vs 51% di FB), dall’altra, Facebook vanta un maggior numero di pagine viste per mese: 1.000 Miliardi (contro 180 miliardi di Google).
In sostanza seppur meno persone utilizzino Facebook rispetto alla rete Google lo facciano per più tempo. Difficile scegliere dunque un vincitore in questa categoria.
Per quanto riguarda revenue e tassi di crescita Facebook cresce molto ma non tiene il passo con la crescita della sua base utenti. Un punto in più dunque per Google che nel primo trimestre 2012 fa segnare revenue pari a 2,9 miliardi di dollari.
Passiamo alle performance. Le Facebook Ads registrano un click-through rate (CTR) molto basso (0,05%) appena la metà della media del settore per banner pubblicitari e ben dici volte più bassa del CTR medio del Google Display Network (0,4%) (negli Stati Uniti). 
Le ragioni, e andiamo ai parametri successivi, possono essere legate ai formati e alle opzioni di targeting che aiutano a dare rilevanza da una parte e pertinenza dalll’altra all’annuncio stesso. 
I vantaggi di Google su FB appaiono chiari già nel sistema di reportistica. Maggiori i dettagli misurabili e settabili per ottimizzare l’annuncio di Big G rispetto a quello Facebook. Ma non è detto che sia solo questo. Un’altra spiegazione potrebbe essere semplicemente insita nella tipologia di utente, ovvero gli quelli che navigano all’interno di un social network sono meno sensibili ai banner rispetto a quelli (o a loro stessi) che navigano all’interno di altri siti web. 
I gap Facebook per quanto riguarda il targeting sono relativi all’impossibilità di: veicolare annunci via mobile (un buco enorme, soprattutto considerando l’uso crescente del web da mobile), effettuare retargeting (o remarketing), assenza di una rete di siti partner, impossibilità di customizzare annunci per parole chiave (simile la customizzazione per temi ma non è la stessa cosa) o di utilizzare le opzioni di targeting contestuale per gli annunci display. Buchi enormi considerando che Google fornisce ciascuna di queste opzioni.
Passiamo infine ai formati. Facebook ha solo due opzioni: gli annunci standard composti da testo più un’immagine e le sponsored story. Innumerevoli invece le possibilità offerte da Google Ad Network: annunci di testo, annunci illustrati, annunci  flash-based illustrati, annunci video, annunci in formato web mobile e all’interno di giochi. 
In conclusione, Facebook offre agli inserzionisti un valore pubblicitario inferiore a quanto offerto nella Rete Display di Google, anche e forse sopratutto per quesito quest’ultimo registra entrate tre volte superiori a quelle Facebook e sta di conseguenza crescendo più rapidamente.

[#terremoto] 2 Giugno e Groupalia: La deriva demagogica dei Social Network

Mi spiace dover scrivere nuovamente per un motivo doloroso che ha poco a che fare con quello di cui parlo in questo blog.
Stamattina a vibrare per la sveglia non è stato il cellulare come di consueto ma nuovamente tutta la stanza. Il terremoto. Di nuovo. A pochissimi giorni di distanza quando ancora non si era finito di contare i danni delle prime scosse eccone un’altro sciame sismico, potentissimo. Morti, feriti, crolli.
In mezzo a tutte queste faccende seguo sprazzi di conversazioni in TV, radio e Internet.
Su Facebook e Twitter, mi colpiscono due mobilitazioni. Una è quella di chi suggerisce di spendere i soldi della prevista parata del 2 giugno per aiutare le popolazioni terremotate. L’altra è quella degli scandalizzati per un Tweet di Groupalia (accompagnato da altri di aziende meno note) che propone un viaggio low cost a Santo Domingo per fuggire dalla paura del terremoto.

A primo sguardo, sia la mobilitazione contro lo sperpero di soldi del 2 giugno che contro un marketing becero come quello che a distanza di pochi minuti fa leva o ironizza su una tragedia sembrano lodevoli.

Qualcuno fa subito riferimento al potere della rete. Alla presa di coscienza di massa che nasce dal passaparola online.

Io, forse perchè mi ostino a non fermarmi al primo sguardo, vedo qualcosa che definisco “Deriva demagogica dei Social Network”.

Mi spiego. E’ evidente che al 29 Maggio gran parte dei soldi destinati per l’organizzazione della parata del 2 Giugno siano già stati spesi. Chiunque abbia organizzato un evento conosce il concetto di caparra, anticipo, clausola rescissoria, etc… Ad ogni modo quei soldi non basterebbero che a una parte infinitamente piccola rispetto a quanto necessario per rimettere in piedi le zone colpite. Possibile che non ci sia qualcuno che prova a informarsi prima di travestirsi da ministro dell’interno o da presidente della repubblica e generare randomicamente soluzioni? Intanto che me lo chiedo l’hashtag #no2giugno è al secondo posto tra i trend Twitter proprio dietro #terremoto
Caso Groupalia, dopo poche ore dalla messa online del Tweet dello scandalo l’azienda si è prima scusata e poi, attraverso la voce del Country Manager Andrea Gualtieri, ha comunicato la decisione di devolvere un euro per ogni vendita effettuata nella giornata di oggi. 

Evidentemente alla “rete” questo non basta e non solo non è disposta a perdonare il gesto attribuito all’inesperienza di un giovane dipendente ma ci va giù duro anche nei commenti successivi alle scuse. “Iene”, “sciacalli”, “merde”, “imbecilli”, “penoso”, “infamia” … queste sono solo alcune delle parole utilizzate dagli utenti che hanno commentato il tentativo di redenzione dell’azienda. Gli addetti ai lavori invece fanno analisi tecniche: “probabilmente l’azienda non conosce le regole del social media marketing”, “non inserite hashtag #Groupalia ma #GroupaliaFAIL”… etc. etc..
A ognuno la sua porzione di “leone vecchio”. Esatto, perchè mi ricorda un documentario in cui i classici ruoli Predaotre-preda si ribaltano e una mandria di bufali uccide e divora un leone claudicante e denutrito. E’ quello che accade ora.

Nel gioco del tutti contro uno i social network diventano un’arena in cui ognuno può dire la sua e se è uguale a quella di molti altri acquista forza e credibilità. Massa e potere, diceva Elias Canetti. E come in tutti i casi di crisi ecco emergere la figura del capro espiatorio, quello che deve pagarla per tutti a prescindere dal ruolo che egli abbia nelle vicende.

Siamo tutti disperati per un fatto simile, per un avvenimento che ci colpisce da vicino (e a molti in prima persona) ma una gran parte di persone non si focalizza sulle informazioni, sugli aiuti, sull’analisi dei fatti e delle situazioni ma sposa la ben più irrazionale e istintiva sete di giustizia.

Scandalizzarsi e twittiare contro la parata del 2 Giugno o contro uno scivolone di buon gusto ed etica di chi cerca di cavalcare un trend di conversazione online non è sbagliato. Assolutamente. E’ invece indecente che le stesse persone non riescano ad elevare il proprio grado di coscienza critica twittando e protestando altrettanto rabbiosamente per sprechi ben più gravi e sistemici da parte dello stato (rispetto alla parata del 2 Giugno) o per sciacallaggi molto peggiori e deprecabili come quelli di Balducci, Anemone, Piscicelli, e compagnia nella vicenda de L’Aquila.

Il potere della rete esiste ma anche un gran senso di superficialità nel come viene utilizzato. 140 caratteri, un hashtag “#”, un’emozione più forte delle altre e parte la fiammata. Il problema è che da quello che vedo e provo ad analizzare praticamente dopo una settimana quello che resta sono soltanto macerie. In tutti i sensi. Solo sconfitti.

[#terremoto] Live from Pinterest

Sempre in tema Terremoto in Emilia…  anche se non c’è un’invasione assurda di post come per Twitter anche su Pinterest, per la prima volta in Italia, gli utenti sembrano condividere le informazioni (in questo caso visual) a loro disposizione con gli altri utenti della rete.

Per quanto sarebbe stato di gran lunga preferibile evitare di analizzare questo trend è inevitabile considerare quanto l’informazione stia iniziando finalmente a cambiare anche in Italia grazie ai social network. In ritardo rispetto a molti altri paesi ma vuol dire che iniziamo a sfruttare le potenzialità della rete.

Qui le immagini aggiornate degli utenti Pinterest.

[#terremoto] Live from Twitter

Eccolo, il momento che aspettavo per vedere se anche gli utenti italiani sono pronti al live twitting degli eventi.

Qualche minuto fa una scossa di terremoto in piena notte. Sono le 4 quando il soppalco mi si muove sulla testa. “Dio non farlo cascare”. Lassù qualcuno ascolta.
Passato il momento in cui si riscopre la fede torno con i piedi per terra e cerco di capire cosa è successo. Niente in tv e sui media.
Su Twitter il finimondo… Scopro che a Venezia, Firenze, Padova, Bologna… Hanno ballato come me. La rete è sveglia e lucida.

Cliccate per seguire i tweet live.

agiornamento del giorno dopoOvviamente, dopo aver appreso i dettagli sulla cronaca avrei di gran lunga preferito un’altra occasione per un test sulle abitudini degli utenti online. Chiarimento scontato ma doveroso.

[#e-commerce] Netcomm E-commerce Forum 2012, quello che ci siamo detti

Ieri sono stato all’e-commerce forum, l’evento organizzato da Netcomm sul commercio elettronico. Ennesima giornata piena di “speranza per un futuro migliore”. Insomma, sempre alla ricerca di numeri, novità, suggestioni utili a migliorare le nostre Strategie di Marketing e Comunicazione.

Veniamo a quello che ci siamo detti durante la sessione della mattina e in alcuni dei workshop del pomeriggio. Ci siamo detti, con le parole di Roberto Liscia, pres. Netcomm, che siamo dei “nani digitali”. Già, i dati della presentazione introduttiva parlano chiaro:

solo il 15% degli italiani compra online, la media Europea è del 43% con U.K. prima nazione in classifica con il 71% della popolazione attiva nei processi di e-commerce. Se allarghiamo lo sguardo ai semplici navigatori la situazione ci vede ovviamente ancora penalizzati con il 49% della popolazione attiva online quotidianamente contro una media europea del 56%. 


Meno utenti attivi online e meno acquisti elettronici, un paese ancora culturalmente indietro. Per cambiare marcia Netcomm propone: detassazione per le aziende, riduzione dell’iva sui prodotto online, certificazioni di qualità e codici di condotta online, creazione di distretti e consorzi virtuali digitali, sviluppo di strumenti online e creazione di un Istituto per il commercio Estero Digitale per facilitare le vendite oltre confine delle PMI italiane. Speriamo ci sia stato qualcuno ad ascoltare tra quelli che in queste ore hanno in mano il destino dell’economia italiana.
Ritorniamo alla speranza di cui sopra e andiamo avanti ricordando il gap tra lo stato reale dell’e-commerce e gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea 2015 mostrati in questo grafico.

Ci siamo detti, anzi ridetti, che il turismo guida l’e-commerce italiano. 


Questo comparto registra una crescita del 16% rispetto all’ultimo anno ma che nel settore il 70% delle transazioni riguarda la bigliettazione ferroviaria e aerea, per cui occhio all’idea di creare un’agenzia viaggi virtuale, non siamo pronti. Bene anche il settore dell’abbigliamento (+30%), dell’elettronica di consumo (+25%) e delle assicurazioni (+17%) che si posizionano subito dietro al turismo. 


Quello che non ci siamo detti però, in questo caso, è quale quota ricopre il betting e il gioco d’azzardo online che all’occhio degli esperti rappresenta un comparto fra quelli che generano più revenue. Che sia meglio farli passare sotto silenzio per svariati motivi?

Ci siamo detti di considerare su tutto le esperienze degli utenti, e qui il discorso si è fatto concreto e personalmente più formativo. Niente di davvero travolgente ma qualche piccolo riepilogo su alcuni punti fermi non fa mai male. E’ importante fare in modo che l’utente/cliente viva un’esperienza orientata alle sue necessità e che percepisca i messaggi ricevuti come utili (o ancora meglio vantaggiosi). Perché ciò avvenga bisogna metterlo al centro (e non mettere al centro il prodotto) leggendo in modo critico i dati forniti dagli analytics e interpretandoli cercando di coniugare il concetto di promozione del servizio/prodotto a quello di interesse. In questa direzione ad esempio per le attività di e-mail marketing è differente progettare mail standard piuttosto che investire in contenuti personalizzati a seconda del comportamento di navigazione o di acquisto degli utenti all’interno di un sito. Va da se che se visito la sezione scarpe di un sito di abbigliamento sarò più interessato a ricevere offerte sulle scarpe piuttosto che sulle camicie che invece posso percepire come inutili o peggio, fastidiose.

Eppure oggi succede nella minoranza dei casi. Come piccolissimo è anche il numero di aziende che ha compreso che la dinamica degli acquisti nel canale online cambia rispetto a quello fisico ed è determinante che cambi anche l’azione dell’azienda stessa. Con gli acquisti tradizionali la sequenza era: 1. input (cerco un prodotto o mi viene pubblicizzato) – 2. decisione d’acquisto e acquisto fisico – 3.fruizione/utilizzo dell’acquisto. Nel caso dell’acquisto online tra l’input e l’acquisto c’è un nuovo momento, quello della verifica/confronto ovvero il momento in cui l’utente cerca online (essenzialmente) conferma della bontà o meno del prodotto di interesse. E’ per questo che diventa necessario presidiare le conversazioni online e stimolarle soprattutto rendendo i clienti dell’eShop i primi testimonial della bontà dei prodotti. In pochi ad oggi sposano questa strategia e “solo il 25% degli acquirenti online riceve una richiesta di recensione del prodotto acquistato” (cit Massimo Alberti, eCircle).

Nella stessa logica è chiaro che non basta soltanto avere un prodotto e un prezzo appeal perché la vendita online funzioni. E’ importante chiedersi quali siano le barriere di accesso all’acquisto online. In proposito Maurizio Fionda di Mag News mostra come ogni prodotto abbia il suo rischio specifico. Generalmente si tratta di variabili come: tempi di consegna, misure/taglie del prodotto, trasporto e imballaggio, stato di conservazione, autenticità, tipo di trasporto, garanzia e tempi di gestione dei resi. Ognuno di questi aspetti a seconda di come venga percepito può far variare in positivo o negativo le decisioni di acquisto. Spesso, l’abbiamo visto in diverse case history della sessione pomeridiana, può anche essere semplicemente la mancanza di informazione in proposito a questi aspetti a disincentivare l’utente ad andare avanti in un ordine. Così clic dopo clic, proseguendo verso l’acquisto, gli utenti entrano in un imbuto.

 Sono tante ancora le cose che ci siamo detti ma per questo post forse ne avete abbastanza per cui chiudo con il momento “the winner is” condividendo i vincitori del netcomm e-commerce award 2012.
 Ci siamo dunque detti, infine, che il miglior sito di e-shop italiano dell’ultimo anno è Saldiprivati (che vince anche nella categoria Blog e Social Shopping)  e che nelle altre categorie ad essersi aggiudicati la palma d’oro per la migliore impostazione (vedremo le vendite) sono Illy Shop (categoria Alimentari), Promod (new entry), Vente-privee (innovazione) , Kiamami Valentina (Arredamento, oggettivistica) , Privalia (Abbigliamento ed accessori), Mediaworld compra online (elettronica di consumo). < /i>


E dopo tante parole abbiamo mangiato Sushi ma non sappiamo se sia stato acquistato online.