[eCommerce] A giugno rallenta la spesa ma la vacanza parte dal web

Sono in clima vacanze, questo è certo ma resto anche sempre attento agli andamenti dell’e-commerce, ambito in cui prevedo si compirà la maggior parte del nostro lavoro consulenziale dei prossimi anni. Tra i dati e le variazioni di settore che cerco disperatamente da fonti varie ogni tanto me ne cascano altri tra le braccia.

Quelli comunicati oggi dall’osservatorio Acquisti Carta Si promosso da Netcomm parlano di un sostanziale rallentamento della crescita del canale di vendita online. Dopo la variazione in positivo della prima parte dell’anno i dati di Giugno 2012 sembrano assestarsi sui valori dell’anno precedente. 
Insomma l’e-commerce cresce, poi ci ripensa, poi forse… chissà..

Neanche a dirlo l’ago della bilancia si sposta in base al settore di maggior peso del paniere, quello di Viaggi e Trasporti che rispetto al mese precedente è in flessione. Minore il peso di comparti come l’abbigliamento, i beni per la casa e gli alimentari che restando relegati in fondo alla classifica dimostrano lo stadio di immaturità di questo canale di acquisto. Insomma se tutti quelli che possono essere definiti come beni di approvvigionamento quotidiano occupano una quota così marginale è chiaro che siamo d’avanti a un utilizzo ancora troppo raro dell’e-commerce da parte della maggioranza degli italiani. Su questo sarebbe interessante analizzare la ripartizione per settori di paesi come la Gran Bretagna culturalmente più avanti nell’approccio alla spesa sul web.


Chiudo tornando al tormentone vacanze perchè da altri dati, quelli dell’indice Human Highway, emergono alcune indicazioni sui comportamenti vacanzieri degli acquirenti online. L’89% di quelli attivi negli ultimi tre mesi andrà in vacanza e quattro quinti di loro (7,5 milioni) ammette di aver trovato online le informazioni per organizzare o anche prenotare vacanza e servizi specifici. 

I 12 milioni di navigatori mobile dichiarano come fondamentale durante la vacanza la possibilità di accedere alla posta elettronica (il 62,4%). A qualcuno (il 38,5%) viene anche in mente l’importanza delle mappe geografiche per evitare di perdersi in luoghi sconosciuti. Con la stessa logica la possibilità di accedere alle informazioni su orari di mezzi di trasporto vari, alberghi e punti di ristorazione. Da tenere sotto controllo anche le notizie di attualità e il proprio conto in banca (le spese extra sono all’ordine del.. “gadget”). Non dimentichiamo infine quanto sia importante poter caricare le foto della propria vacanza online per poter far schiattare di invidia in tempo reale gli amici che sono rimasti a casa.

[How To] Lezioni di Start-up: Voler ascoltare

Questo mese sono un po’ latitante, sarà per la famosa “colonnina di mercurio” schizzata alle stelle? Non lo so. Cercando di sfruttare il mio recente Home Office al meglio provo a mettermi in mezzo alle correnti d’aria e a ragionare su alcune delle cose che ultimamente mi coinvolgono in maniera diretta come cliente di me stesso.
Qualcuno sa che oltre all’attività di consulenza di Digital Marketing, negli ultimi mesi mi sto dedicando alla creazione di una start-up, Ortomanager, che unisce mondo dell’agricoltura e web e che dovrebbe vedere a breve la luce.
Naturalmente (chi ci è passato lo sa) per creare un qualunque sistema che funzioni le variabili pratiche da considerare sono cento volte di più di quelle che ci si immagina al termine della fase di progettazione. Fornitori, network di contatti, consulenti, dipendenti, partnership per la promozione e clienti finali… una rete assurda di teste pensanti da mettere insieme, convincere, sposare e sopratutto, s-o-p-r-a-t-t-u-t-t-o: ascoltare.

Già perchè ogni idea che a caldo ci sembra geniale deve confrontarsi con una molteplicità di elementi imprevisti e forse imprevedibili e fare in modo di incastargli al meglio.
Spesso pensiamo che sia la capacità Analitica a dover risolvere gli enigmi di mappatura del contesto in cui ci muoveremo, a fare da guida. E’ così, certo, ma da soli i dati di mercato non bastano. Non bastano le statistiche, le infografiche gli studi di settore lungi 50 o 100 pagine e nemmeno la partecipazione agli eventi più grandi dove i guru indicano la via e altre start-up mostrano i passi compiuti per arrivare al successo.

Insomma, se vuoi mettere in piedi una start-up che permetta agli utenti di coltivare a distanza un orto di prodotti tipici (come nel mio caso) non è sufficiente aver studiato per mesi il sistema di competitor, la crescita della domanda di questo servizio o dei trend sul mondo dell’agricoltura e del Green. Non basta aver compreso i tempi per la gestione della domanda e degli acquisti e nemmeno aver ottimizzato con mille interventi front-end e back-end della piattaforma online. Se vuoi mettere insieme una start-up di questo tipo devi andare a parlare con i contadini, con i trasformatori e con tutti quelli attori che fanno parte del processo recependone, spoglio da ogni elemento di orgoglio, i punti di vista che forse hanno poco a che fare con il marketing e i business plan ma che, proprio per questo, forniscono il pezzo necessario al completamento del tuo percorso.

Ascoltare come se non si conoscesse nulla, è questo l’esercizio da fare. Abbattere le proprie convinzioni per provare a cogliere quelle sfumature che nessuna Analisi classica e scientifica può darci. Questo pezzo può fare una differenza incredibile.

(Van Gogh – Farmers at work)

[Infographic] Gli stipendi dei professionisti del Social Media

Pubblico questa infografica che gira online da qualche tempo, l’obiettivo reale è quello di riflettere su quanto siano valutate negli USA le diverse professioni che hanno a che fare con il social media marketing con range di stipendi che non si avvicinano minimamente alle medie italiane. Ce ne fosse mai bisogno la cosa che appare più chiara è dunque la maturità di questa professione negli Stati Uniti rispetto che da noi.

Quella che invece appare più interessante e meno scontata è la ripartizione delle varie figure sul totale dei professionisti del settore. Se da un lato i produttori di contenuto (Blogger e Copywriter) rappresentano con il 30% la fetta più importante della torta, dall’altro sono i Marketing Manager (social) a salire sul secondo gradino del podio. Meno presenti invece altre figure che, almeno per certe attività rappresentano risorse attive quotidianamente come i Community Manager, solo il 5% dei professionisti del settore e sopratutto i Public Relation (Brand Manager), il 7%, quasi come se il concetto di relazioni pubbliche non sia poi così importabile nell’universo online partendo da quello delle RP tradizionali. 

Chiaramente per ora si tratta di una riflessione molto superficiale ma che vale la pena tenere in considerazione e approfondire in modo da aver chiara la direzione verso cui investire nei panni di un’agenzia di comunicazione.

 Non mi sorprende infine la concentrazione nella East e nella West cost dei professionisti del settore e la quasi totale al centro nel cetro degli States. E’ un po’ come cercare un social media strategist in Calabria o nella mia Puglia, difficile trovarne e sopratutto difficile imbattersi in profili di alto livello. In questo (purtroppo) la digitalizzazione non ha ancora prodotto grossi effetti di delocalizzazione delle professioni.

[Case History] 3 modi per giocare con il profilo Facebook dei fan

Spesso, durante i brainstorming, proviamo a inventarci un modo divertente e creativo per utilizzare le informazioni degli utenti Facebook all’interno di un’applicazione.
Diverse nel corso degli anni le best practice che hanno prodotto effetto virale grazie forse anche alla volontà dei marchi di non apparire in modo insistente all’interno dei contenuti prodotti. Ne ho selezionate tre, più e meno recenti, molto carine e ispiranti.

La prima è quella di Bouygues Telecom, operatore telefonico francese che trasforma in un vero e proprio album cartaceo dei ricordi il profilo facebook degli utenti.

La seconda, tramite il Facebook connect, preleva viste del profilo, status e foto integrandole in un filmato horror in cui uno psicopatico sceglie l’utente connesso come suo prossimo obiettivo. Da provare collegandosi al sito My Take this Lollipop anche se l’effetto paura arriva ricevendo il link e con l’effetto sorpresa di trovarsi protagonisti del filmato. Chiedere agli oltre 13 milioni e 500 mila utenti che hanno provato l’app.

L’ultima iniziativa fa diventare 3D l’esperienza del nostro profilo tramutando ogni informazione in un pezzo di museo in cui la mostra ha come protagonisti noi stessi. Intel inside… e anche in questo caso potete collaudarlo collegandovi al sito the Museum of me

Magari quest’ultima è di buon auspicio e anche la vostra creatività prima o poi finirà consacrata come un’opera d’arte. Credeteci!

[SoLoMo] Il Pay per Share funziona?

Oggi riflettevo su quanto, analizzando diverse iniziative di marketing, emerga la tendenza crescente al pay per share come modalità per collegare marketing fisico e marketing digitale. Ci tengo a distinguere questo termine, ancora poco utilizzato, con il Pay per Post, termine usato spesso per descrivere modalità di finanziamento dei blogger. Il concetto generale è molto semplice: premio il singolo utente istantaneamente se genera passaparola sul mio brand o il mio prodotto.

Due le modalità di premiazione su cui viaggiano i vari progetti realizzati fino ad oggi:

  • La prima è quella legata alla semplice condivisione di un contenuto su uno o più dei propri canali social. Basta la condivisione e ricevi un benefit.
  • La seconda, con un criterio più di tipo lead, premia in base all’effettivo potere di engagement che la condivisione ha verso il network di contatti dell’utente coinvolto. Devi portarmi nuovi fan, clic, clienti altrimenti niente benefit.

In questo post condividerò case history e riflessioni sulla prima delle due, quella che richiede uno sforzo minore all’utente e premia in maniera indifferenziata. Tra le tante iniziative basate su questa dinamica un esempio recente è legato a BOS (marchio di un Tè freddo) che ha lanciato un distributore automatico alimentato a Tweet. Basta citare il marchio con un “@bos” e inserire l’hastag “#BOSTWEET4T” e il distributore eroga un campione gratuito di Ice Tea BOS.

 Iniziativa identica, presentata al Dublin Web Summmit dell’ottobre scorso, fu lanciata in Irlanda con il “Tweet Cafè” di ESB Elecric Ireland.

Su questa linea la prima modalità a essere stata interpretata a loro modo da vari brand era stata quella della scontistica riservata agli amanti del check-in esplosa in concomitanza del lancio di Facebook Places ma poi dimenticata da brand e sopratutto utenti.
Lo scorso anno Fourquare, attraverso una partnership con America Express, aveva provato a rendere più discreta l’erogazione dello sconto legato al Check In. Senza la necessità di mostrare il proprio smartphone con il check-in a commessi e cassieri vari per ottenere sconti sarebbe stato possibile allineare la propria carta di credito e il proprio profilo foursquare in modo da vedersi riaccreditare l’importo dello sconto subito dopo l’acquisto del prodotto. Chiaramente tutto a seguito del check-in (ne aveva parlato nel suo blog Pietro Pastorelli). Un mese fa l’iniziativa è sbarcata in UK ma non si conoscono i piani di diffusione al resto dell’Europa, ammesso che ci siano.
La sensazione è comunque che la dinamica dello sconto legato all’azione della geolocalizzazione ancora non abbia preso piede. Un anno fa il fallimento di Facebook Deals testimoniò il primo grande flop di questa modalità. Ma i marketer non demordono.

Per ora io mi pongo una serie di domande sperando di riuscire a dare qualche risposta nei prossimi post: è possibile che questo tipo di collegamenti tra il mondo fisico e quello social virtuale incentivati da meccanismi di premi e scontistiche entrino a far parte delle abitudini dei consumatori? Bisogna considerarle solo un buon modo per girare filmati viral da parte delle creative agenzie di Marketing e comunicazione? Cosa è stato sbagliato fino ad oggi, quali elementi non stiamo valutando?