Tutti gli articoli di Vincenzo Dell'Olio

Le 7 Serie TV più cercate su Google nel 2017

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“Che serie tv mi consigliate?”
Ho già visto troppi post che trattano questa annosa questione. Gente in crisi terrorizzata dal pensiero di aver già visto quanto di più bello la vita avesse in serbo per loro. Gente che non riesce più a dare un significato al proprio divano né al proprio TV fantaHD ad 82 pollici.

Per fortuna ci sono gli amici, quelli veri si riconoscono quando non sai più che serie guardare.

Se volete avere un post con tanti commenti su Facebook chiedete ai vostri amici di consigliarvi una serie TV. Arriverà di tutto. I classici e spensierati consigli delle vostre zie tipo: How meet your mother, gli ex compagni di università andranno su Big bang theory, poi scarterete facilmente gli scontati must have che avrete già visto tipo: House of cards o Game of thrones…. Poi ci saranno i radical chic alla Breaking Bad o alla Westworld oppure gli antropologi che vanno a scovarsi serie iraniane o finlandesi di cui manco i popoli di quelle nazioni conoscevano l’esistenza.  L’elenco dei generi di proposte sarebbe ancora lungo. Fatto sta che, alla fine, il vostro problema diventerà più che altro quello di scegliere da dove iniziare.
Io non riesco a darvi consigli. Non tanto perché non segua serie, anzi, quanto perché penso che ognuno debba trovare la sua strada, da solo o quasi. Credo nella diversità. ? (l’emoji serve a far capire che sto scherzando eh)
Ad ogni modo vi passo l’unica lista che vi aspettate da me, quella delle serie più cercate online, nel mondo, nel 2017. Fonte: Google Trends. E non venite a dirmi che avete già visto tutto altrimenti dovrei darvi anche tutte le altre 101 posizioni.

  1. Stranger Things
  2. 13 Reason Why (Tredici)
  3. Game of Thrones
  4. Iron Fist
  5. Riverdale
  6. American Gods
  7. Mindhunter

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Black Friday 2017, record di sempre online nel mondo e in Italia.

In tutto il mondo in queste ore si fanno bilanci su come siano andate le vendite legate alle promozioni del Black Friday. Si parla di record ovunque. In USA il bilancio delle vendite online durante lo scorso venerdì è del +17,7% rispetto all’anno precedente (fonte Adobe Analytics). In italia le prime stime parlano di una crescita della spesa media del 38% con oltre 100 euro di spesa per ciascun consumatore. Gli acquisti sono avvenuti durante tutto il giorno di venerdì 24 Novembre con picchi di vendite già alle 11 del mattino e, in seguito, dopo le 19. Grandissimo il ruolo giocato dai dispositivi mobili, smartphone e tablet in fase di acquisto (fonte Cuponation).
In un post dello scorso anno sul Black Friday avevo descritto come, dopo le prime avvisaglie registrate nel 2015, il 2016 fosse l’anno della consacrazione per questo evento commerciale. Quantomeno lo era stato a livello di sdoganamento di massa visto il numero di ricerche online a tema. Non tutti i venditori però si erano organizzati bene per proporre e sponsorizzare offerte.
Quest’anno la crescita ulteriore del successo online del Black Friday è confermata sia a livello mondiale che italiano. Basti vedere l’andamento delle ricerche su Google evidenziato nei grafici di seguito e confrontare i picchi di ogni anno dal 2012 ad oggi.

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Trend delle ricerche sul tema Black-Friday a livello mondiale da Dicembre 2012 a Novembre 2017. Fonte: Google Trend


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Trend Geografico delle Ricerche sul Black Friday a livello Mondiale. Fonte: Google Trends


E se gli Stati Uniti, patria di questa ricorrenza, guidano la concentrazione delle ricerche, l’Italia, al 18° posto a livello mondiale, si difende bene con un +33% del numero di ricerche effettuate rispetto al 2016.
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Trend delle ricerche sul tema Black-Friday a livello Italiano da Dicembre 2013 a Novembre 2017. Fonte: Google Trends


Ma cosa cerca nello specifico l’utente e in particolare l’utente italiano, quando s’informa sul Black Friday? Lo scorso anno avevamo visto come il tema principale d’interesse fosse legato ad Amazon con gli altri grand brand a fare quasi più da spettatori/follower che da attori protagonisti.
Quest’anno la classifica delle query più cercate e di quelle emergenti negli ultimi 90 giorni mostra questo andamento.
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Se da una parte, analizzando i brand più cercati in assoluto con questa combinazione di keyword (colonna sinistra), vediamo che Amazon fa ancora la voce grossa con ben due voci nelle prime posizioni, dall’altra vediamo crescere il numero di brand dei due settori di mercato che guidano le vendite di questa giornata: elettronica di consumo e abbigliamento. I più attivi o meglio, i meglio percepiti dopo Amazon dai consumatori sono sicuramente Mediaworld, Unieuroeprice che raccolgono online i frutti del bombardamento mediatico in particolare televisivo. Nel settore dell’abbigliamento spiccano Zalando e Zara anche se iniziano a farsi sotto anche H&M, Stradivarius, Yoox, Bershka, Nike, Asos con crescite esponenziali di ricerche rispetto al passato.
Concludo con una breve carrellata di Post Facebook di alcuni dei brand più cercati. Case History, più o meno originali o da manuale, da mettere in archivio e a cui ispirarsi anche a stretto giro con le campagne promozionali in vista del Natale.

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Innovazione nel Retail, ecco come sarà il negozio del futuro.

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Il punto vendita fisico sta cambiando, questo è chiaro. In realtà, se pensiamo alla storia stessa del negozio (vedi slide sopra), la mutazione è insita al concetto stesso di servizio retail. Sta cambiando il suo ruolo nel processo di acquisto dell’utente e sta cambiando anche strutturalmente con l’integrazione di supporti tecnologici importanti sia in processi gestionali di back-end che in fasi di relazione front-end con il pubblico.tecnologia-nei-processi-retail
Da qualche anno gli Osservatori del Politecnico di Milano monitorano e tracciano puntualmente la mappa del cambiamento. Ecco i punti chiave e una serie di dati della ricerca 2017 presentati durante il convegno di quest’anno dal titolo: IL RETAIL DEL FUTURO: TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

  • La spesa in innovazione digitale nel Retail vale circa il 20% del totale degli investimenti
  • Il 91% dei top retailer implementa almeno un’innovazione a supporto della customer experience nel punto vendita come chioschi, touch point e sistemi per l’accettazione di pagamenti innovativi, seguite da quelle di back-end trainate da CRM e sistemi di monitoraggio dei clienti in store.

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  • Per il 64% dei retailer italiani lo store del futuro sarà un punto dove i consumatori interagiranno attraverso i cinque sensi con il brand

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  • Per i top retailer italiani la principale sfida dello store del futuro sarà offrire una customer experience efficace e appagante per consumatori molto diversi e per uno stesso consumatore in cui convivono bisogni e comportamenti differenti in momenti differenti. In questo contesto l’innovazione passa attraverso quattro cantieri: integrazione omnicanale tra il negozio e le iniziative digitali (indicato dal 57% del campione), offerta di nuovi servizi (più o meno) correlati al business del retailer (23%), introduzione e sviluppo di innovazioni digitali (13%) e ideazione e lancio di nuovi format di negozio (7%). Esperienza evoluta, corsi di formazione in store, realtà virtuale e aumentata, negozi itineranti, negozi esponenziali, servizi di prenota e ritiro o di consegna dei resi sono solo alcune delle innovazioni in atto.
  • Tante le start-up che contribuiscono in maniera verticale all’innovazione sviluppando tecnologie in grado di semplificare, velocizzare e personalizzare il processo d’acquisto,  sviluppare un customer journey esperienziale, fidelizzare il cliente, rendere fluida l’esperienza d’acquisto.

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  • Con la crescita dell’e-commerce e dell’accesso online alle informazioni in grado di influenzare le decisioni d’acquisto la sfida per i retailer si gioca su nuove dimensioni del Tempo e dello Spazio nelle relazioni con un consumatore. L’utente verso cui trovare risposte/soluzioni è: sempre più veloce, iper-informato, razionale, opportunista e giustamente critico.
  • La ricerca 2017 ha permesso di identificare 4 modelli di Infinite Customer Journey, disegnati non più come una sequenza lineare di “tappe”, ma come un’esperienza fluida, abilitata da tecnologie digitali che ingaggiano in modo continuo il cliente sia all’interno sia all’esterno dello store.

Ecco infine un’infografica riassuntiva dei principali dati e trend.
Osservatori-retail-infografica
 

Quanto deve essere lungo l'oggetto di una newsletter?

Che abbia obiettivi commerciali o anche solo informativi si fanno tanti sforzi in fase di costruzione  e pianificazione di una newsletter. Immagini, header, contenuti, testi, orario di invio. Eppure l’elemento più importante in grado di decretare il successo o il fallimento di una campagna DEM è spesso il più piccolo e quello dato quasi per scontato: l’oggetto della mail.
L’oggetto di una newsletter spesso è didascalico, il cliente ci vorrebbe sempre, o quasi, il nome del brand dentro anche se magari è già contenuto nel nome del mittente. Qualche volta si cerca di riassumere nel subject tutti, ma proprio tutti, i contenuti della newsletter, altre volte ci si sbizzarrisce in personalizzazioni varie (es. “Nome Utente, non perdere questa occasione”). Tutto giusto e allo stesso tempo tutto sbagliato. Dipende da caso a caso ovviamente ma intanto analizziamo il primo particolare: quanto deve essere lungo l’oggetto della newsletter “ideale”?
L’era della Mobile experience, quella in cui l’utente naviga più da dispositivi e su schermi di piccole dimensioni che su computer fissi, impone o quantomeno suggerisce, un vincolo di sintesi e immediatezza.
Da un’analisi effettuata da L2 sull’attività DEM di 77 brand per un totale di 3911 mail analizzate è emerso come mail con oggetti lunghi fino a 10 caratteri registrino in media tra l’1% e il 4% di aperture in più rispetto a mail con oggetto più esteso. Non percentuali assurde, sia chiaro, ma con la numerosità di certi database avere il 4% di aperture in più significa che su un invio verso ad esempio 200.000 mila utenti (nemmeno tantissimi) potrebbero aprire la mail 8.000 utenti in più o in meno a seconda della lunghezza dell’oggetto. Li buttiamo via?
Lunghezza-ideale-oggetto-mail-DEM
Partiamo dal fatto che, sempre dall’analisi L2, la lunghezza media degli oggetti delle varie newsletter, sia diminuita leggermente dal 2016 al 2017 passando da 43 a 38 caratteri. Bene ma forse ancora non basta. I telefoni tipicamente troncano le linee di soggetto a 35 caratteri per cui sarebbe questa la lunghezza massima ideale per rendere la frase leggibile per esteso dall’inizio alla fine.
Ovvio che poi occorra scriverci dento le “cose giuste” e che sia sempre utile e buona norma, soprattutto nel caso di invii verso un numero consistente di indirizzi, effettuare degli A/B test cambiando subject e verificare il relativo open rate scegliendo l’oggetto più performante tra quelli testati.
Verificheremo in un altro momento se, oltre al numero di battute, esistano dei temi, delle parole o delle emoji (quest’ultime molto usate negli ultimi anni ??⏰?⚠️) più motivanti rispetto ad altre per garantire un open rate maggiore.
 
 

[Case Study] Il content Marketing per la Z Generation: il caso Converse.

Una delle cose evidenziate dalle tante analisi delle performance degli attuali contenuti di digital marketing descrive chiaramente un trend: la generazione Z, quella successiva ai Millennials, non reagisce affatto ai format pubblicitari tradizionali. 
Per questo motivo o ci rassegniamo a targettizzare tutti nostri post e le nostre produzioni verso utenti nati prima del 1995 (quindi sopra i 22 anni ma spasso anche sopra i 30) oppure proviamo a ragionare e comprendere gusti e abitudini delle nuove generazioni per giungere a nuovi format e creatività capaci di parlare un linguaggio evidentemente evoluto. L’esigenza si fa ovviamente più impellente per tutti i brand i cui target appartengono alle fasce di età più giovani.
Un grande esempio è la strada intrapresa da Converse con la campagna digitale di back-to-school “Firs Day Feels” (Luglio 2017) in cui Millie Bobby Brown, protagonista della serie Netflix “Stranger Things” è stata protagonista di tantissime Gif Animate girate su siti come BuzzFeeb, Teen Vogue e ovviamente sui canali digital di Converse. Quali sono i tratti distintivi? Uno è sicuramente l’utilizzo di un formato, la gif animata, utilizzatissimo dai più giovani e dall’alta potenzialità virale (vedi l’utilizzo possibile in chat e in commenti social). L’altra è la non invasività del brand che si tiene sullo sfondo come commodity, interprete utile ma non essenziale di un certo stile di vita.
Millie Bobby Brown-giphy-3
Millie Bobby Brown-giphy-2
Nelle 3 gif selezionate come esempio vediamo l’abbigliamento Converse, in qualche caso lo riconosciamo di più in altri meno, in qualche caso intravediamo il logo, in altri intuiamo lo stile e lo memorizziamo quasi in maniera inconscia. Fatto sta che, in tutti i casi, ci daremmo il permesso di condividere il contenuto senza la sensazione  di contribuire all’auto-promozione del marchio.
Il successo della produzione ha portato anche alla creazione di un filmato che aggrega tutti gli spezzoni pensati come Gif Animate singole. Eccolo, fatevi un’idea dello stile rispettato nell’operazione:

Lo stesso mood di contenuti ha coinvolto successivamente anche l’attrice e cantante Miley Cyrus e Maisie Williams (Aria di “Games of Throne”). Ecco qualche screenshot ed esempio.
Converse_ Miley Cyrus-gifMaisie Williams_Converse-gif

 
Sarà una dura lotta per tutti i marketer riuscire a convincere i propri referenti aziendali a sposare un approccio simile, così light, alla pubblicità online ma, sempre di più, sarà questo a fare la differenza tra attenzione reale/interazione e un’effimera reach che ormai online vuol dire davvero poco.