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5 consigli per i docenti per uscire vivi dalla didattica a distanza

5 consigli per i docenti per uscire vivi dalla didattica a distanza

5 consigli per i docenti per uscire vivi dalla didattica a distanza
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La didattica a distanza. Croce e delizia per studenti e docenti.
Qualcuno si chiederà perchè dico “croce e delizia”. Perché non dico solo “croce” visto che, almeno a sentire i media e la voce del “popolo della strada”, sembra che ci siano solo aspetti negativi?
Il motivo è che sono convinto, come di fronte a molti cambiamenti legati alle nostre abitudini quotidiane professionali o personali, che gli aspetti positivi possano essere colti solo nel medio o nel lungo periodo quando saremo riusciti a:

  • tenere a bada gli aspetti negativi dovuti non tanto a minus oggettivi ma ad una mancanza di familiarità con questa pratica. Una novità può essere causa di frustrazione, preconcetti e cattive performance. Mi vengono in mente le prime volte quando da ragazzino andavo in discoteca (luogo che non mi piaceva ma andava tanto di moda tra i miei coetanei). Avendo poca dimestichezza sia con il ballo che con le dinamiche sociali di quel luogo per me era motivo di ulteriore rigidità e negatività verso quel contesto nonché di goffaggine, non so se vera o solo percepita, nel muovermici all’interno. Oggi la discoteca continua a non piacermi ma quando ci capito per feste o eventi riesco a viverla con naturalezza trovando il mio modo per farlo e anche per divertirmi. Non succede perché sono più maturo o intelligente ma semplicemente perchè ho preso le misure, osservato, compreso le dinamiche sociali. In una parola: ci ho fatto l’abitudine. Alla didattica online bisogna farci l’abitudine.
  • sperimentare diverse formule di gestione alternativa a quella che siamo abituati ad adottare durante le pratiche tradizionali (le lezioni in presenza). Attualmente siamo nella fase in cui era Leonardo Da Vinci quando per creare macchine che permettessero all’uomo di volare cercò di replicare l’impianto delle ali degli uccelli. Ecco, noi dobbiamo trovare la strada giusta non per imitazione o trasposizione ma studiando nuove pratiche.

Durante i miei corsi all’università IULM, allo IED e durante le giornate di formazione con le aziende che nell’ultimo anno e mezzo si sono tenute tutti online ho vissuto diversi momenti, pratici e psicologici, effettuato diversi test tecnici e didattici. Al termine (in realtà non finirà mai) di questo periodo credo di aver compreso meglio alcune cose che per promemoria mio e curiosità vostra voglio mettere nero su bianco.

1. Aggirare la mancanza di feedback visivi

Quello della mancanza di riscontri visivi è uno degli aspetti più frustrati per i docenti. Prima, nell’era pre-covid, a qualcuno sarà sembrata una cavolata, non ci avrà fatto neppure caso di quanto ne fosse dipendente. Ora abbiamo capito tutti quanto siano importanti. A camere spente o con le slide della propria presentazione a tutto schermo che nascondono le inquadrature degli studenti connessi non vediamo nessuno annuire o aggrottare la fronte oppure prendere appunti o guardare il cellulare. Questo può tradursi in un pensiero più o meno inconscio del tipo: “chissà se qualcuno mi ascolta e capisce quello che dico”. Qualche volta vi sarà capitato di chiedervi: “ma non sarà mica cascata la linea e sto parlando da solo da 10 minuiti?”. Questi pensieri si distraggono, a volte di irritano, altre ci demotivano.
Per mesi ho attribuito la responsabilità della mancanza di feedback visivi alla volontà degli studenti che tenevano spesso spente le video camere dei loro pc. Poi ho capito che il “problema” era il mio. Cercavo conferme nel modo in cui ero abituato a riceverle in aula, conferme visive.
Sbagliavo!
In questo momento non ci sono le basi, a volte culturali altre volte tecnologiche, perché ciò avvenga. Ancora la camera spenta non è unanimemente sinonimo di maleducazione, qualche volta poi disattivarla è necessario per via di connessioni con poca banda.
A mio parere dovremmo essere quindi noi docenti a cambiare approccio. Se volete imparare qualcosa su questo vi consiglio di fare una chiacchierata con uno speaker radiofonico. Per definizione quando parla, chi è in radio, non ha idea di chi stia dall’altra parte, quanti siano, cosa stiano facendo nel frattempo, se lo reputino un bravo speaker o un perfetto cretino. Eppure va avanti, in modo autentico e personale, senza sembrare un robot, fa il suo senza pensarci su. Perché pensare a chi sta ascoltando distrae da quello che diciamo e sopratutto da quello che siamo. Si cerca ad esempio di accontentare tutti, ci si perde nelle frasi, a volte si banalizza, si fanno battute chiedendosi poi se sono state capite o no (visto che non si sentono le risate), si cerca a tutti i costi un consenso che magari si ha già. In poche parole si forza la comunicazione perdendo di linearità ed efficacia. Quando c’è, la mancanza di decisione in chi parla è palpabile: bisogna andare diritti. Come imparare? Esercitatevi ad esempio registrando un podcast. Non è importante che poi sia reso realmente pubblico. Provate a raccontare le vostre lezioni senza avere qualcuno davanti, come facevate a scuola per ripassare le lezioni di storia o italiano. Registratevi, riascoltatevi. Verificate quanto siete capaci di rendervi indipendenti dallo spettatore.

man wearing white blindfold
Photo by Nafis Abman on Pexels.com

2. Aggirare la mancanza di feedback verbali

Quello che non arriva tramite i riscontri visivi potrebbe arrivare a parole. Gli studenti potrebbero dirci se hanno capito, se hanno bisogno di chiarimenti su qualche aspetto, se sono d’accordo o meno con quanto raccontato. Facciamo in modo che succeda.
Io, ad esempio, divido la lezione per sotto-argomenti e al termine di ognuno inserisco una slide con una scritta grande: “Domande!”. All’inizio quella scritta terminava con un punto interrogativo. Chiedevo agli studenti se avessero domande da fare riguardo quanto spiegato. Poi ho realizzato una cosa banale: se si è distratti oppure, semplicemente, non si ha niente da chiedere, la cosa più normale da fare è restare passivi. Sono pochi quelli che in modo spontaneo accendono il microfono solo per dire: “no Prof, non ho nessuna domanda”, magari tutti, non vedendo i propri compagni, pensano, “starà per farlo qualcun altro”. La conseguenza è che dopo la richiesta se ci siano o meno domande solitamente passano 15-20 infiniti secondi di silenzio con te che guardi nel vuoto in attesa di segnali di vita fino al momento in cui dici: “bene, se non ci sono domande andiamo avanti”. Ma è stato davvero tutto chiaro? Non lo sappiamo.
Allora, se ci teniamo a portarci a casa un riscontro, occorre che l’interazione sia innescata dall’altra parte, da noi. Per quello se le domande non arrivano dagli studenti dobbiamo essere noi a chiedere qualcosa a loro. Cosa? Punti di vista sul tema appena spiegato. Non devono ripetere quanto abbiamo appena detto, non deve essere o sembrare un’interrogazione. Le domande devono servire a misurare il livello di comprensibilità dei concetti espressi, la capacità di elaborazione degli stessi trasponendoli dalla teoria alla pratica.

3. Parlare ai singoli anziché alla classe

Qualsiasi sia l’azione che vogliamo generare non possiamo sperare che la classe risponda come classe, in coro. Essendo fisicamente distanti gli uni dagli altri gli studenti perdono, almeno in parte, il senso di gruppo. Giocano per sé stessi, qualcuno punta a “nascondersi” più del solito, qualcuno ad emergere più del solito. Molti semplicemente aspettano, passivamente, che sia qualcun altro a prendere la parola o che qualcuno li tiri in ballo direttamente. Ed è proprio quest’ultima cosa che bisognerebbe fare. Chiamarli in causa, singolarmente, chiamandoli per nome. Meglio ancora se per piccoli gruppi. “Vorrei sapere cosa pensano Mario, Roberta e Patrizio su questo argomenta”, “Francesca Rossi, ci sei? Tutto chiaro?”.

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Photo by Pixabay on Pexels.com

4. Quiz e Sondaggi

Sia per accrescere il livello di coinvolgimento attivo che ottenere riscontri sulla comprensione di diverse parti della lezione potrebbe essere utile ideare e proporre agli studenti sondaggi o quiz.
Nel primo caso, con i sondaggi, si stimola la partecipazione mediante immedesimazione nell’argomento. Ognuno per rispondere a una o più domande deve fare riferimento alla propria esperienza. Ad esempio io quando parlo di abitudini di ecommerce chiedo agli studenti se acquistano online, su quali siti, quali prodotti, con che frequenza, quanto spendono, etc. Al termine della compilazione del breve sondaggio, che normalmente redigo in pochi minuti utilizzando un form di google, scorro i risultati con lo schermo condiviso chiedendo poi chi ha dato specifiche risposte e magari di aggiungere un ulteriore commento a voce (es. chi di voi ha risposto che acquista scarpe online? ti è mai successo di rimandarle indietro? Quante volte? Perché?). I sondaggi, se resi anonimi i rispondenti, possono essere usati un paio di volte durante una lezione in modalità “Instant Pool” in modo che gli studenti si esprimano in pochissimi secondi su quanto hanno compreso un argomento, ad esempio rispondendo alla domanda:
Quanto è chiaro l’argomento X?
a) tutto molto chiaro
b) abbastanza chiaro
c) non mi è chiaro
, può rispiegare?
Di conseguenza potremo agire chiarendo o rispiegando alcuni concetti ed insistendoci su nella misura in cui la mancanza di comprensione sia più o meno diffusa nella classe.
Nel secondo caso, con i Quiz, si entra nel piano dell’edutainment. L’obiettivo è quello di creare meccaniche di gamification vere e proprie puntando ad eleggere un vincitore e creare un coinvolgimento tramite una voglia di competitività. Allo stesso tempo noi ci porteremo a casa informazioni utili sul livello medi di comprensione della classe rispetto agli argomenti citati.

esempio di sondaggio mediante google forms

5. Libertà e imposizione

Uno dei grandi dilemmi che molti, me compreso, si sono posti in questo periodo è se lasciare, almeno agli studenti più maturi (parlo di quelli in età universitaria), la libertà di interagire e partecipare alla lezione più o meno attivamente. Personalmente ritengo la distrazione “un diritto”, passatemi il termine, da concedere agli studenti. Gli si può imporre di non inficiare la buona riuscita della lezione (es. microfoni spenti quando spiego per evitare rumore di fondo) ma non di esserne o sentirsi coinvolto. Se una materia non piace, se noi stessi non fossimo capaci di generare interesse, se la connessione fosse scadente o per qualsiasi altro motivo oggettivo o personale ciascuno studente dovrebbe essere libero di vivere tutto anche passivamente. Detto ciò il docente può:

  • usare meccaniche di premiazione legate a determinati comportamenti virtuosi (es. partecipi al sondaggio hai un voto in più, vinci il quiz hai 2 voti in più o scegli i tuoi compagni nell’esercitazione di gruppo, tieni la camera accesa inizi l’esame parlando di un argomento a tua scelta)
  • spiegare agli studenti le motivazioni delle richieste. Non esiste solo la meccanica benefit/punizione. Parliamo spesso di quanto le nuove generazioni siano maggiormente propense a tematiche valoriali perché non cavalcare questa sensibilità spiegando il motivo per cui si chiede loro partecipazione? All’inizio del corso non è svilente ammettere che poterli vedere a video o sentirli commentare vi aiuta a rendere loro una lezione migliore. Per i più vanitosi può far piacere sapere che la loro vista vi genera sensazioni positive o anche che esercitarsi a stare a video e partecipare è un esercizio di comunicazione che li renderà domani persone migliori, più integrate, partecipative e capaci dal punto di vista relazionale.
people on a video call
Photo by Anna Shvets on Pexels.com

Conclusioni

In chiusura di questo post ci tengo a sottolineare quanto, nonostante la didattica online sia un format utilizzato da anni e da prima dell’emergenza pandemica, la tematica di come migliorarne l’efficacia è un cantiere di lavoro molto aperto. Che l’esperienza di docenti e studenti, grazie agli avanzamenti tecnologici, possa migliorare di anno in anno credo sia una cosa scontata. Detto ciò sta sempre a noi, a chi la tecnologia la utilizza, fare la differenza in termini didattici interrogandoci su tutte le strade possibili. Sperimentando, sbagliando, correggendo. Un momento di formazione non può ovviamente essere un laboratorio fatto di tentativi rischiosi o rivoluzionari ma, un po’ alla volta, tanti piccoli elementi possono essere introdotti e altri magari essere messi da parte. Tanto, in questo senso potrà fare il confronto tra noi insegnanti e con gli studenti stessi, perché insegnare meglio può partire anche dall’ascolto e dall’apertura.

Vincenzo Dell'Olio

Nei 18 anni di esperienza nel settore della comunicazione e del markerting digitale ha ideato e seguito le strategie di grandi Aziende come Volkswagen, Audi, Parmalat, Bonomelli, Riza Editore, Rai Trade, Monster, Sony Mobile, Vans, Red Bull. Dal 2015 è docente per il corso di Social Media e Web TV all’Università IULM di Milano. Dal 2021 insegna Digital Content Strategy allo IED. Scrive tanto, analizza, non è immune dalle serie tv e il sabato pomeriggio si dedica alla sociologia.

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